Assisi, Confindustria, relazione presidente uscente Bernardini

Umbro Bernardini

(assisioggi.it) ASSISI – Care Colleghe, Colleghi, caro Presidente Squinzi, signor Ministro, Autorità tutte,

Vi ringrazio per la graditissima presenza ai lavori della prima Assemblea di Confindustria Umbria, nata dalla fusione delle due precedenti associazioni provinciali e della federazione regionale. Gentili ospiti, in questa sala, davanti a voi, c’è l’industria umbra. Su queste poltrone siedono tanti imprenditori che sono la storia industriale della regione; e tanti altri che vogliono esserne il futuro. Lungi da loro la rassegnazione, la tentazione della resa. Guardano al domani con fiducia, ma non con ingenuità.

La fiducia non oscura la consapevolezza di essere travolti da una crisi senza precedenti, che ha lasciato sul campo morti e feriti, il cui bilancio non è ancora definitivo. Sono convinto che un’opinione pubblica bene informata serva ad innalzare la qualità della politica e delle sue risposte alle domande della società. Sia quindi essenziale per creare un contesto favorevole alle imprese.

Per cui compito di Confindustria è anche dare una rappresentazione del Paese la più veritiera possibile, per aiutare gli imprenditori, e non solo loro, ad avere una visione corretta della realtà. E siccome talvolta è utile ribadire i concetti per farli assimilare a chi ascolta, oggi tratterò alcuni temi che in parte ho già discusso in altre occasioni.

Sappiamo, cari amici, che forse usciamo dalla recessione, ma restiamo dentro la crisi. Anzi, eravamo nella crisi prima ancora di entrare nella recessione. La bassa produttività, l’ambiente poco favorevole all’intrapresa, l’enorme debito pubblico hanno costituito freni formidabili anche quando l’economia tirava, rallentando la capacità di crescita italiana. Per l’anno prossimo è finalmente prevista una leggera ripresa, segnalata dal miglioramento della fiducia degli operatori e delle famiglie.

Ma parliamo di percentuali irrisorie: + 0,7 nel 2014. È a tutti chiaro che senza riforme strutturali la crescita nel medio periodo rimarrà modesta e insufficiente. Sono indispensabili interventi radicali su credito, mercato del lavoro, pubblica Amministrazione, Istituzioni, scuola, giustizia, fisco. Va immediatamente ridotta la pressione fiscale sull’impresa e sul lavoro, con tagli alla spesa improduttiva corrente. Apprezziamo e sosteniamo con forza l’iniziativa assunta su questi temi da Confindustria, e ci auguriamo in particolare che vengano adottati provvedimenti legislativi che abbiano un impatto sul cuneo fiscale più ampio di quanto fin qui previsto.

Non è certo il caso di fare vittimismo, né è mio costume farlo, come ben sa chi mi conosce. Però è fuori discussione che operiamo in una situazione estremamente sfavorevole. Nelle scorse settimane è uscito il rapporto della Banca Mondiale sulla funzionalità dell’ambiente all’attività economica. L’Italia è collocata al trentesimo posto, su 31 paesi osservati. È curioso come in questa situazione, che dovrebbe farci considerare come una specie di eroi, non manchino le voci di chi pretende di insegnarci il mestiere. E la cosa incredibile è che ci chiedono di essere tra i migliori del mondo, quando operiamo nelle condizioni peggiori del mondo!

Che strano paradosso. Vi domando, Autorità ed Amici, si può chiedere ad un pugile di combattere con le mani legate? Certo che no. Si può chiedere agli imprenditori di innovare, di investire, di crescere, quando non si danno loro le condizioni minime per farlo? Certo che no. E allora, slegateci le mani!! Fateci lavorare con le stesse regole degli altri. Dateci uno Stato che paga, banche che erogano, una burocrazia che funziona. Non pretendiamo privilegi; solo di avere pari opportunità con i concorrenti.

Sarebbe sufficiente operare in un contesto in linea con quello medio europeo. Nulla di più, nulla di meno. Sembra poco, ma è tantissimo, se teniamo presenti i recenti dati Eurostat, che collocano il Paese alla periferia del continente, seguito solo dalla Grecia. Come non essere allora favorevoli al cambiamento profondo del Paese, alla revisione dei suoi assetti, al ricambio della sua classe dirigente? Con responsabilità, senza fughe in avanti, ma con determinazione, è nostro interesse stare dentro questo processo di rinnovamento che ha avuto un’accelerazione indiscussa con le primarie del maggiore partito italiano.

Sarebbe grave far finta di niente. In Italia, nei giorni scorsi, si sono verificati fatti che esprimono, in modo diverso, la grande voglia di voltare pagina. Noi che per natura siamo aperti al nuovo non vogliamo assumere una posizione defilata, non vogliamo essere timidi in una fase in cui davvero si può sbloccare l’Italia. Dobbiamo coltivare i fermenti di rinnovamento dove si manifestano, e stimolarli dove ancora non appaiono. Nel rispetto delle funzioni proprie di Confindustria, che è apartitica, ma fortemente politica. Si aprono perciò alla nostra organizzazione grandi opportunità di intervento, che vanno colte per costruire con saggezza, senza avventure, un Paese migliore.

E l’Umbria, che fine ha fatto l’Umbria in questo terremoto? È scivolata. Si, possiamo dire che è proprio scivolata. Ha perso il contatto con le regioni del centro, con cui ha condiviso 30 anni di sviluppo, e stenta a mantenere il loro passo. Si è staccata dal gruppo, quando è cominciata la salita. L’avevamo previsto, potremmo dire. In molti ricorderete che qualche anno fa promuovemmo uno studio sugli scenari futuri della regione dal quale emerse che la distanza tra noi e le Marche, la Toscana ed il Lazio si sarebbe ampliata.

Mai previsione fu più veritiera. Però non possiamo contentarci di essere Cassandra. Non è quello il nostro ruolo. Dobbiamo reagire, concentrando tutte le forze nelle imprese e per le imprese, e dare il nostro contributo per far avanzare la nostra amata regione. Sarebbe comunque ingeneroso, cari amici, usare solo i colori grigi per disegnare l’Umbria. L’Umbria è, e resta, una regione dove si sta bene, dove la qualità della vita è ancora buona. Però, in termini economici, ha perso terreno, questo è oggettivo. Tanto che si parla spesso – lo sa la Presidente Marini – della necessità di “un salto di qualità”, di una “discontinuità intelligente”, di un “cambio di passo”.

Ci vuole uno scatto di reni – non c’è dubbio – senza il quale rischiamo davvero di trovarci immersi in una specie di sabbia mobile, che ci impedisce di fare sviluppo industriale e di generare nuova e buona occupazione. L’esigenza dello scatto di reni deriva dalla presenza di nodi strutturali che non siamo riusciti a sciogliere quando le condizioni economiche erano favorevoli. Nodi quali la bassa produttività del lavoro, la ridotta dimensione delle imprese e l’insufficiente livello di export. Questa esigenza è stata accentuata dalla crisi, che abbiamo sofferto molto più di tante altre regioni, soprattutto per la dipendenza dalla domanda interna.

Si possono utilizzare parecchi indicatori per misurare l’entità delle recessione, e non tutti esprimono con uguale forza la sua drammatica portata. Se si affermasse che il Pil umbro è sceso ai livelli del 1997, si sarebbe nel giusto. Si tornerebbe con la memoria a quell’anno, e si ricorderebbe che poi non si stava così male. Ma se si dicesse, ed è vero pure questo, che alcuni comparti industriali umbri hanno perso il 50% del fatturato – la filiera delle costruzioni – o il 45% – componenti auto – o il 26% – mobili – si avrebbe una percezione ben diversa. Scorrerebbero davanti agli occhi le immagini di fabbriche chiuse o ridimensionate, di imprese allo stremo, di persone che perdono il lavoro.

E si capirebbe meglio che il recupero degli oltre 13.000 posti di lavoro persi è possibile solo se tornano a crescere i fatturati aziendali. Non vi sono altre possibilità. Non c’è alternativa, che piaccia o meno. Bisogna “rimettere al centro l’industria”. O si riparte con l’industria, o non si riparte affatto. È bene che sia chiaro. La centralità deriva dal fatto che nessun altro settore moltiplica il reddito nella misura in cui lo fa l’industria trasformatrice. All’aumento di un punto della quota della manifattura sul totale dell’economia si associa una crescita del PIL di un punto e mezzo.

Questo fenomeno, che si amplia quando le specializzazioni produttive sono d’avanguardia, spiega l’obiettivo europeo di riportare il manifatturiero al 20% del PIL entro il 2020. Ed allo stesso tempo fa capire quanto sia preoccupante il ridimensionamento del manifatturiero umbro, che ha perso 7 punti percentuali; molto più della media nazionale. E se aggiungiamo l’edilizia, l’industria ha visto ridurre la sua incidenza di quasi 10 punti in 5 anni. C’è allora una questione industriale che non possiamo nascondere sotto il tappeto, come si fa con la polvere. È urgente mettere in campo tutte le azioni possibili ed immaginabili per salvare l’unico vero motore di sviluppo.

Come? Affrontando, nelle diverse sedi di competenza, le questioni esterne ed interne che lo hanno ostacolato, tra cui: un fisco opprimente che frena l’economia ed in particolare un cuneo fiscale il cui spessore appesantisce il costo del lavoro per le imprese e taglia le retribuzioni destinate ai lavoratori; la carenza di credito. Lo stock dei prestiti è crollato, mentre sono aumentati i tassi e gli oneri di contorno. Nei primi 9 mesi del 2013 sono stati erogati alle imprese 195 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo del 2008. Dei 255 miliardi arrivati alle banche dall’Europa, poco o nulla è ricaduto a favore delle aziende. Agli Istituti di credito diciamo una cosa semplice: tornate a fare la banca come la facevate una volta.

Gli strumenti di valutazione del rating devono integrare, non sostituire, gli altri criteri che venivano e debbono continuare ad essere adoperati. Non è possibile dimenticare la storia dell’azienda, la serietà dell’imprenditore, ed ignorare la qualità del progetto di sviluppo proposto. Oltre a leggere i bilanci, le banche devono leggere le idee. Da parte nostra, noi imprenditori, dobbiamo guardare con più convinzione agli strumenti alternativi al credito bancario. la vischiosità e l’inefficienza del mercato del lavoro.

Vorremmo più flessibilità in ingresso e nell’età del pensionamento. la presenza del pubblico nell’economia. L’occupazione da parte del pubblico di spazi di mercato propri dell’iniziativa privata comporta un triplice danno: l’erosione di margini di azione imprenditoriale; il maggior costo delle prestazioni a carico degli utenti; la bonifica delle perdite, che sono debito pubblico travestito. Va accelerata l’agenda di privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali, per migliorarne l’efficienza e abbatterne i costi. Però chiariamoci sui termini: “privatizzare” per noi vuol dire passare dalla mano pubblica a quella privata, non vendere a società di diritto privato possedute interamente dal pubblico.

Infine, l’inefficienza della pubblica Amministrazione. Tema caro al Presidente Squinzi, di cui condividiamo la proposta provocatoria di rinunciare agli aiuti all’industria in cambio di una burocrazia semplificata. Non capita anche a voi di sentirvi al servizio della pubblica Amministrazione, anziché sentirvi serviti? Il rapporto si è invertito. Chi dovrebbe garantire l’ordinato svolgimento del lavoro dei privati è garantito dal loro lavoro. Il mondo gira al contrario. In Umbria si stanno facendo passi apprezzabili per semplificare la burocrazia, anche se tra l’adozione di provvedimenti pregevoli e la pratica degli uffici c’è una distanza immensa.

Lungi da noi l’idea di attribuire le responsabilità solo a chi sta fuori dall’impresa. Dobbiamo fare autocritica. La colpa non è solo degli altri. L’onda d’urto ci ha colpiti, ed eravamo impreparati ad affrontarla, per una serie di motivi. Fatte salve le dovute eccezioni, abbiamo: indugiato troppo su schemi conservativi investito con insufficiente determinazione sull’innovazione e sulla ricerca avuto difficoltà a valorizzare il merito indirizzato l’attenzione ai mercati esteri con un po’ di ritardo seguito la via dell’aggregazione con tentennamenti. In altre parole, non sempre siamo stati pronti ad adottare con la necessaria fermezza le strategie che puntavano sull’integrazione verticale, sulla competenza, sulla crescita, e sull’innovazione di prodotto. Strategie che hanno consentito a chi le ha adottate di avere grande successo.

Il che dimostra che le condizioni ambientali avverse non sempre frenano lo sviluppo delle imprese, se queste fanno le scelte giuste. Il successo tuttavia non lo si può conseguire malgrado gli altri. Lo si può raggiungere solo con gli altri. Questo vale per le imprese, e per Confindustria. La nostra azione a tutela degli interessi di categoria si basa infatti sulla relazione con i soggetti locali, a partire dalle Istituzioni. Abbiamo sempre fondato il rapporto di collaborazione su un dialogo franco ed aperto, evitando di scadere in un consociativismo di bassa lega. Questo approccio ci ha permesso di rappresentare le posizioni industriali con riconosciuta autorevolezza.

La prossima occasione che si offre a Confindustria per riproporre questo tipo di atteggiamento è data dalla programmazione dei fondi strutturali europei 2014/2020. In quella sede potremo concorrere alla scelta di come utilizzare circa 100 milioni di euro l’anno per il sostegno alle imprese, e condividere gli strumenti di politica industriale per effettuare l’auspicato “cambio di passo”. L’orientamento di fondo, già emerso a livello comunitario, è di adottare criteri selettivi nell’impegno delle risorse, per cercare di sciogliere i nodi che frenano lo sviluppo, alla luce di un invocato cambiamento del tessuto produttivo. Da qui l’individuazione di una specializzazione produttiva intelligente che condizionerà la destinazione dei fondi.

Nelle sedi opportune è stata affermata da Confindustria la necessità di salvare il salvabile con politiche anticongiunturali che diano ossigeno alle imprese in difficoltà, utilizzando a tal fine le risorse residue della passata programmazione e quelle dei primi due anni della prossima. Constatiamo, soddisfatti, che l’accordo di partenariato Stato Regioni, siglato nei giorni scorsi, accoglie questa impostazione, ispirata a sano realismo. In merito alla specializzazione intelligente abbiamo sostenuto che debba consistere nel favorire l’applicazione delle tecnologie di frontiera (tecnologie abilitanti) ai prodotti e processi aziendali, piuttosto che nell’eleggere soltanto alcuni settori merceologici a beneficiari prestabiliti delle politiche pubbliche. Questo vuol dire per noi favorire il cambiamento del manifatturiero.

Già, il cambiamento. Espressione abusata, non c’è dubbio, e dai contenuti incerti. In cosa dovrebbe consistere? Come dovrebbe essere il nuovo manifatturiero? Azzardo una risposta, volutamente provocatoria. Sarebbe già un gran cambiamento un manifatturiero che fosse “pagato” dallo Stato. Basterebbe che le pubbliche Amministrazioni onorassero regolarmente i loro debiti, e tanti fallimenti per crediti si potrebbero evitare. Confindustria ha fatto un gran lavoro su questo fronte, e ne siamo riconoscenti, visto che resta anche per le imprese umbre un problema fondamentale. Ma al di là della provocazione, quale manifatturiero?

Un manifatturiero diverso dall’attuale, che ne sia l’evoluzione, fatto di imprese più grandi, per conseguire le economie di scala indispensabili ad accedere ai mercati internazionali, e per sviluppare ricerca e innovazione; più efficienti; più capitalizzate, per sostenere i programmi di sviluppo con risorse proprie; più competenti e capaci di gestire le professionalità ed i talenti presenti al loro interno. Un manifatturiero con produttività più elevata, favorita anche dalla contrattazione di secondo livello, e da un sistema di relazioni industriali costruito intorno all’accordo di Palazzo Chigi. Un manifatturiero aperto alle energie dei giovani, alle loro capacità creative. Alle loro passioni, ai loro sogni.

Un manifatturiero che guarda al futuro, alle tecnologie di avanguardia, ai talenti scientifici che vogliono tramutarsi in talenti imprenditoriali. È questa la visione di Perugia 2019 Capitale della cultura con i luoghi di Francesco d’Assisi e dell’Umbria, che propone un’idea di città e di regione creativa, artistica, internazionale, alimentata da laboratori industriali, da spin off, dall’emergere di una nuova imprenditorialità che si affianca a quella più consolidata. Un manifatturiero che in Umbria sappia fare sistema con le multinazionali, che sono un patrimonio insostituibile per le ricadute che hanno sull’intera economia e sul tessuto industriale che con esse collabora.

Il sentimento che dobbiamo avere nei loro confronti è di “affetto” e di “riconoscenza”. Questo vale per tutte, ed in modo specifico per la Terni, che vive in questi giorni momenti di straordinaria importanza per il suo futuro. Un manifatturiero di questo tipo chiede di essere alimentato continuamente da nuovo sapere. Colgo la presenza del Magnifico Rettore Moriconi, per rivolgere i migliori auguri per il suo impegnativo lavoro, e per sottolineare che le aziende hanno bisogno di più Università e di meno universitari. La relazione con il sapere è utile se è istituzionale; se l’Università si pone a fianco delle imprese con spirito di servizio, remunerato, ma pur sempre di servizio.

Quando prevale, invece, come spesso accade, il rapporto con la persona, ed al servizio dell’Ateneo si sostituisce la prestazione commerciale del singolo docente, allora non si può più parlare di rapporto virtuoso con l’Università locale. È una stortura che va corretta, nel reciproco interesse. Così come dovremmo coordinarci per affrontare le opportunità offerte dal prossimo Programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione. Il mondo di domani non sarà quello di oggi, e per Confindustria Umbria si pone il problema di ridefinire sia il suo assetto che il suo ruolo. L’Assemblea odierna già risponde perfettamente al primo compito, perché chiude ed apre il percorso di regionalizzazione.

È una scelta che abbiamo fatto per aumentare la capacità di rappresentanza, offrire migliori servizi, fare economie di gestione, anticipando gli orientamenti assunti da Confindustria nazionale nel suo ridisegno organizzativo. Consapevoli del successo conseguito, non sottovalutiamo l’impegno che ci attende per dare concretezza operativa alla scelta unitaria.

La questione del ruolo di Confindustria Umbria non intendo trattarla perché dovrà essere affrontata più compiutamente dalla prossima presidenza, che, sulla scia delle indicazioni nazionali, insieme agli organi direttivi dell’associazione, dovrà immaginare gli ambiti in cui concentrare il lavoro. Sono comunque sicuro che il prossimo presidente, a cui rivolgo i migliori auguri, saprà fare di Confindustria un supporto prezioso per le imprese e renderla protagonista della costruzione dell’Umbria del domani, dando voce al mondo imprenditoriale e facendo emergere le energie migliori del territorio.

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