La Signora maestra, presentato il libro di Scalabrini

La Signora maestra, presentato il libro di Scalabrini

La Signora maestra, presentato il libro di Scalabrini
Lidia Castellucci è una vera signora: d’animo, d’amore e di cuore gentile, per dirla col Petrarca

Il salotto bono del comune di Assisi,. La sala della Conciliazione, gremito di gente per assistere alla presentazione del libro scritto dal giornalista Gilberto Scalabrini, dal titolo “La signora maestra”. Titolo non poteva essere meglio azzeccato per questo lavoro letterario,  perché Lidia Castellucci è una vera signora: danimo, d’amore e di cuore gentile, per dirla col Petrarca.

Una maestra d’altri tempi, un pezzo importante di storia della città serafica, che non dice nulla alle nuove generazioni, mentre risveglia una folla di ricordi nell’animo delle persone adulte, di quelle  che hanno ormai 60 – 70 anni.  Lo ha ricordato anche il sindaco Antonio Lunghi, intervenendo al vernissage, e tessendo lode per la maestra.

Lidia, infatti, è stata per 32 anni la maestra elementare di tante generazioni e -stando alla testimonianza di molti, fra cui il suo ex direttore didattico, Roberto Leoni, che oggi ha svolto il ruolo di coordinatore- una delle più brave insegnanti per i bambini di allora.

Lidia Castellucci, l’8 marzo prossimo compirà 91 anni e tutti le hanno già fatto auguri.

“A questa età –ha sdetto l’autore del libro- i ricordi, le date, gli eventi sono un po’ sbiaditi. Per lei no, perché ha una memoria di ferro e in questo libro-intervista racconta con grande lucidità la sua scuola, quella più vicina al libro Cuore di Edmondo De Amicis”.

E’ vero, Lidia è allegra, vivace, bontempona. Chi ha avuto il privilegio di essere stato suo allievo, sa che straripa anche di buon umore, simpatia, gentilezza e generosità.  Già la generosità. Da quando ha insegnato per la prima volta, una parte del suo stipendio l’ha spesa per adottare bambini a distanza. Le ha pagato la scuola e oggi, che sono adulti, ancora le scrivano.

Lidia ha pure sofferto, come tutti i maestri del suo tempo, Racconta che durante insegnamento a Ficulle, soggiornò in una casa del paese. Prese in affitto una stanza. Erano gli anni 1950.

«Essendo inverno –dice al giornalista Scalabrini- si fece buio presto e nessuno si decideva ad accendere la luce. Io, seduta vicino alla stufa a legna, pensavo ai mie cari, al mio paese, Fiuminata, benché piccolo, ma con tutte le comodità. Nessuno parlava. Quella famiglia che mi ospitava era composta di un padre burbero e tutto sciancato, dalla madre Augusta gentilissima e dalla figlia Margherita. Quest’ultima, prese un ordigno che io non conoscevo, lo aprì, mise dentro dell’acqua e del carburo e con un fiammifero accese la fiammella. Lacrime amare solcarono il mio viso. Ma non mi feci vedere. Rimasi stupefatta che esistevano ancora posti dove mancava la corrente elettrica. Non basta: in casa non c’era nemmeno l’acqua e un gabinetto; dovevo dormire nella stanza dove riposavano i due coniugi. Tutti questi disagi e privazioni mi costavano 9.000 lire al mese. Io ne percepivo 19.000. Delle 10milalire che mi rimanevano, 5mila ne spedivo alla mamma e a Maria ogni mese e le rimanenti mi servivano per acquistare la biancheria anche per mia sorella e per fare opere di bene».

Scalabrini le chiede: Quali sono le differenze maggiori nell’insegnare oggi rispetto ad anni fa?

«Ci sono molte differenze, a partire dai bambini che sono molto cambiati. Oggi hanno molto più senso critico, sono, per così dire, meno bambini, più consapevoli delle nozioni che ricevono, del perché delle cose. Ciò comporta anche un cambiamento nel modo di fare lezione: tempo addietro il maestro spiegava e gli alunni assorbivano ciò che ascoltavano; al giorno d’oggi, invece, la lezione è più interattiva, si fa coi bambini stessi, con la loro partecipazione attiva.

Tutto ciò, se da una parte è positivo, dall’altra è controbilanciato da meno senso del dovere e della responsabilità nel bambino, il quale è anche meno autonomo. I ragazzi sono pieni di impegni e, a volte, la scuola passa in secondo piano. Sicuramente poi hanno meno rispetto, non hanno paura di nulla, ma al contempo sono più fragili: di fronte agli insuccessi vanno in crisi».

Scalabrini le chiede ancora: quale futuro per i giovani?

«Si parla tanto di lavoro per i giovani, ma secondo me, non si riuscirà mai ad ottenere quel tipo di occupazione cui la maggior parte della gioventù aspira. Nessuno si adatta, nessuno si abbassa a fare lavori umili, o pesanti e poco retribuiti; non sono disposti a sacrificarsi, a privarsi delle agevolazioni e dei privilegi».

Quando le chiede cosa vorrebbe lasciare come testamento alle nuove generazioni e ai suoi nipoti, lidia allarga le braccia e risponde: «Vorrei che imitassero le mie modeste qualità, la mia generosità verso i bisognosi, frequentassero la chiesa, seguissero l’esempio di onestà e serietà che sempre ho desiderato nel corso di questi anni».

Era la grande saggezza delle persone semplici ma felici.

Sui network scuote la testa:  «La cosa più grave –dice- è che anche i bambini ormai vivono quasi incollati a tablet e cellulari e così non c’è più dialogo. Ai mie tempi non avevamo niente, ma avevamo tutto, oggi invece abbiamo tutto, ma ho come l’impressione che in realtà non abbiamo proprio nulla, se non lo stress, la foga, la necessità di dover fare mille cose anche nei momenti di relax».

Ha ragione, oggi non c’è più dialogo.

Come sono lontani i tempi in cui la maestra d’altri tempi entrava  in classe e i bambini scattavano in piedi per salutarla. Lei  non perdeva mai tanto tempo nei convenevoli: come prima cosa,  sollecitava il segno della croce e la mattina iniziava sempre con la recita del Padre Nostro

Le necessità formative delle nuove generazioni sono sempre più esigenti, ma io vedo una scuola con un cuore che pulsa in modo aritmico. Spero che qualcuno faccia qualche cosa, perché i giovani hanno bisogno di un futuro certo. L’istruzione è alla base della civiltà.

La Signora maestra

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