Omelia per la Festa di San Francesco Assisi

Fratelli e Sorelle!

1. Abbiamo pregato nella orazione di questa Messa: “O Dio, che in San Francesco hai offerto alla tua Chiesa una viva immagine di Cristo, concedi a noi di seguire il tuo Figlio nella via del Vangelo e di unirci a te in carità e letizia”.
Siamo venuti pellegrini ad Assisi, per chiedere l’intercessione di San Francesco su di noi e sul nostro popolo, a nome di tutti i cittadini d’Italia, ma anche per apprendere da questo gigante della fede e dell’amore cristiano un insegnamento ed uno sprone per la nostra vita quotidiana. Vorremmo che San Francesco, esemplare ben riuscito di discepolo di Gesù, ci mostrasse la strada e ci incoraggiasse a percorrerla con fiducia.

2. Nella prima lettura, tratta dal Libro del Siracide, si parla di un uomo sapiente, sacerdote del tempio, inviato a riparare il tempio di Dio e a fortificarlo, che si attirò il giudizio di essere come il sole sfolgorante. L’immagine biblica evoca la visione di San Damiano dove il Crocifisso parlò a Francesco e gli disse: va e ripara la mia casa. Il Poverello d’Assisi accettò il mandato e, iniziando da se stesso, riparò la casa di Dio, la Chiesa, la riedificò, ponendo a fondamento – secondo la parola dell’Apostolo Paolo – il proposito di essere una “nuova creatura” costruita sulla croce di Cristo. E questo itinerario interiore di San Francesco diventò una forma di vita evangelica che da otto secoli porta nel mondo la pace e il bene.

3. Ma quale fu il centro intorno al quale Francesco sviluppò il suo modo di vivere la fede e il Vangelo? La risposta è semplice e insieme profonda, possiamo formularla così: per San Francesco Dio esiste ed è tutto. Credere in Lui e accoglierlo nella vita ha come conseguenza l’accoglienza degli uomini, di tutti gli uomini, considerandoli fratelli.

Questo è Francesco d’Assisi, l’ “araldo del gran Re”, il “poverello”, l’ ”uomo fatto preghiera”, lo “stigmatizzato della Verna”. Egli è come un sole sfolgorante, il cui calore è stato avvertito in tutta la terra.

Per Francesco la fede in Cristo era la luce e la forza di tutto. Meditava a lungo gli avvenimenti della vita del Signore. Fu attratto dal mistero di Betlemme e volle riviverne il fascino a Greccio dove il Bambino divino sembrò animarsi, ma soprattutto rinascere nei cuori dei presenti inondandoli di pace, quella pace che gli angeli cantarono nella notte santa. Francesco volle che il Natale, la festa delle feste, venisse celebrato con solennità e anche gli animali ricevessero una doppia razione di cibo.

E ancora di più contemplò il mistero del Calvario, i dolori del Signore sulla croce e quelli della sua santissima Madre. Meditando la passione del Signore, piangeva al punto di diventare cieco. Francesco amava con tutte le fibre del suo essere Cristo in croce, nel quale gli si rivelava l’amore gratuito di Dio per noi, e questo amore per Cristo trasformò e illuminò il suo essere fino a vedere la creazione come gloria del Creatore.
Per lui tutto – il creato, i compagni, i lebbrosi, Chiara e le sue sorelle, gli uomini tutti – cantava la gioia di Dio. E il suo esempio plasmò le menti e i cuori dei suoi seguaci. Santa Chiara, sul letto di morte, a chi la esortava alla pazienza nelle sofferenze, rispondeva: “Da quando ho conosciuto la passione del Signore attraverso il suo servo Francesco, nessuna cosa mi è stata più gravosa”.

San Francesco, nelle lunghe notti trascorse in una grotta con un solo nome nel cuore e sulle labbra: “Padre”, ed un lungo e sofferto interrogativo: “Chi sei Tu e chi sono io?”, sperimentava la paternità di Dio e tutto diventava per lui semplice ed essenziale: un modo nuovo di vivere e di sentire tutto, pensieri, parole, gesti. La verità si svelò a lui e Dio gli si fece presenza dell’Eterno e delle cose che non passano.
Leggiamo nella sua biografia: “Francesco, udendo dalla Parola di Dio che i discepoli di Cristo «non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per la via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza», subito, esultante di Spirito Santo, esclamò : “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”.

Questa è la radice e il senso profondo della sua povertà, che non è pauperismo. Per lui il Vangelo o lo si accetta tutto o lo si rifiuta. Lo accettò, senza sconti né interpretazioni riduttive. Lo prese come norma di vita, contro il pensiero dominante del suo tempo andò controcorrente, guidato dalla grazia di Dio.
E come potè farlo? Dove attinse la forza? Francesco si nutriva della Parola di Dio e, diventando sempre più intimo a Dio, tutto vedeva in una luce nuova. Di conseguenza vedeva tutto ciò che lo circondava con occhi nuovi, quasi come il mondo era uscito dalle mani di Dio nel momento della creazione, un mondo da amare e da cantare. Alla vigilia della sua morte, in una notte trascorsa tra dolori indicibili – quasi cieco, malato di stomaco e di fegato, tormentato persino dai topi – compose il Cantico delle creature, perché è proprio degli amanti il cantare.

4. Di qui un altro tratto distintivo della sua vita: la “perfetta letizia”. Per Francesco “perfetta letizia” non era sapere che i suoi frati erano ritenuti santi, e nemmeno che facessero miracoli, o che convertissero gli infedeli alla fede, ma accettare con pazienza e per amore di Dio e senza turbamento il non essere accolti in convento perchè non riconosciuti in una notte d’inverno fredda e piovosa. E quando scoppiò la lite fra il Podestà della città e il Vescovo di Assisi, Francesco, ammalato e impossibilitato a muoversi, mandò due frati e ordinò loro di cantare alla presenza di entrambi la nuova strofa aggiunta al Cantico di frate sole:

“Laudato sì, mì Signore,
per quelli ke perdonano per lo tuo amore
e sostengono infirmitate e tribolazione.
Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da te, Altissimo, siranno incoronati”.
Si legge nella cronaca del tempo che, come i Frati ebbero finito di cantare le Laude del Signore, il Podestà alla presenza di tutti disse: “ In verità vi dico come io accorderei il mio perdono non tanto a Monsignore il vescovo, che voglio e intendo avere sempre per mio signore, ma eziandio a colui che avesse ucciso il mio germano o il mio figliolo”. Così dicendo si gettò ai piedi del vescovo e gli disse: “ Eccomi, io sono presto a darvi in ogni cosa quella soddisfazione che a voi piacerà meglio, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo e del beato Francesco suo servo”. Allora il vescovo abbracciandolo, lo sollevò e gli disse : “ Per il mio ufficio a me si converrebbe avere umiltà, e poiché per naturale inclinazione sono facile all’ira, ti prego che tu mi accordi il tuo perdono” (Specchio di perfezione, 101) .
E’ questo il modo cristiano di superare le contese: nella logica del Vangelo, non prevalere su nessuno, non imporsi con la violenza, la pace può essere fatta quando nasce dalla riconciliazione con sé stessi in Cristo Signore. Era la pace che Francesco dava a tutti quelli che incontrava sul suo cammino.

Presagendo ormai prossima la fine, venne portato alla Porziuncola e lì dettò il Testamento, nel quale ripercorrendo la sua vita ricordò come iniziò da penitente quando, presa coscienza di suoi peccati incontrò i lebbrosi – “ uno spettacolo troppo amaro” – e il Signore lo condusse tra loro e lì “feci con loro misericordia”, trasformando l’amarezza “in dolcezza d’animo e di corpo”.

“Dopo – egli dice – … uscii dal mondo e… l’Altissimo stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la norma del santo Vangelo” e salutare in questo modo: “Il Signore ti dia pace”… “E io frate Francesco, tra voi il più piccolo e servo, …, vi confermo per la vita interna ed esterna questa santissima benedizione. Così sia”. Secondo Tommaso da Celano, al momento della morte Francesco rivolto ai Frati disse : “ Il mio compito l’ho svolto, il vostro ve lo insegni Cristo”. Era il giovedì 1° ottobre. All’imbrunire del 3 ottobre 1226 l’anima del Poverello d’Assisi volava a Dio, accolta da uno stormo di allodole che venne a cantare inaspettatamente sul tetto della capanna dove dimorava.

5. Fratelli e Sorelle, in un mondo in cui la logica della ragione, la scienza e la tecnica sembrano prevalere e diventare l’unica misura della conoscenza umana e del sapere, chiediamo al Signore il dono della sapienza, cioè quel lume interiore che nella luce di Dio rende semplice la vita con il ritorno alla sorgente di tutto, Dio e Dio solo. Il messaggio di San Francesco che oggi vogliamo raccogliere è di poter dire anche noi: Dio esiste ed è tutto. La luce del Vangelo sia lampada ai nostri passi e la luce sul nostro cammino, illumini la nostra vita e le relazioni che intratteniamo con chi ci vive accanto, e con semplicità e letizia ritorniamo a stupirci dei doni di Dio, abbandonandoci con fiducia a Lui.

Le cose della terra usiamole non con l’animo di possederle per sempre, ma come mezzi necessari alla nostra condizione e, poveri di spirito e umili, contempliamo il Crocifisso, fissando lo sguardo sul suo dolore, riconosceremo il male del peccato, sentiremo il bisogno della purificazione e della penitenza e ci libereremo da tutto ciò che ci opprime.

Cresciamo come uomini e donne di pace, contrastiamo le insidie delle culture di morte, sappiamo perdonare, condividiamo le sofferenze dei poveri, degli ultimi, degli emarginati, dei tanti cercatori di pace e di dignità, riapriamo ai tanti crocifissi della vita le porte della speranza.

San Francesco, prega per noi!
Agostino Card. Vallini

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