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Premio Città di Assisi, “Aziende family friendly”

E' morto il "Poeta" di Assisi, non si vedeva da giorni

da Antonio Lunghi
Il Comune di Assisi, fedele interprete dei valori del francescanesimo, ha deciso di istituire l’8 marzo di ogni anno un premio per le imprese che si siano impegnate in interventi e politiche “family friendly”, cioè che abbiano riconosciuto il ruolo sociale insostituibile della famiglia e l’importanza nell’economia moderna del capitale umano, adottando, a favore dei propri dipendenti (lavoratori e lavoratrici) interventi per agevolare l’armonizzazione dei tempi quotidiani, sia di lavoro sia di tipo personale o familiare, senza per questo trascurare le esigenze dell’impresa.

Dal punto di vista delle aziende questi interventi costituiscono un investimento economico e organizzativo che può migliorare la qualità dei rapporti tra gli imprenditori e i propri dipendenti, generando anche significativi vantaggi e benefici di ritorno: la riduzione dell’assenteismo e dei conflitti interni. La soddisfazione di vedere ascoltate e accolte esigenze e bisogni può infatti incidere sulla motivazione e l’impegno dei dipendenti a collaborare più attivamente nel perseguimento degli obiettivi aziendali fissati.

Altro obiettivo del Premio è quello di recuperare il valore autentico della Festa dell’8 Marzo. Nata sull’onda di una tragedia sul lavoro con la morte di numerose donne in una fabbrica nella fine dell’Ottocento in U.S.A., questa festa si proponeva, appunto, di realizzare una pari opportunità nel mondo del lavoro fra i sessi e migliorare, per tutti, uomini e donne, la qualità del lavoro operaio. In Italia tale evento è diventato,invece, nel tempo, od occasione per la celebrazione di un femminismo “sessista” e radicale, oppure, peggio, negli ultimi anni, per una pratica di tipo goliardico, subalterna ai peggiori modelli maschilisti, come le cene per sole donne con strip- tease maschile.

La recente scomparsa di Michele Ferrero, ci obbliga a considerare la sua figura di imprenditore alla luce delle finalità del Premio
Figlio di una terra, La Langa, una zona collinare del basso Piemonte segnata da una diffusa miseria, da cui fuggire o emigrare per evitare la disperazione, come ci raccontano i romanzi di Beppe Fenoglio e le poesie di Cesare Pavese, Lui, totalmente immerso nella cultura di quel mondo, senza fare ricorso a studi di sociologia ed economia industriale, decise che i contadini della Langa sarebbero diventati operai della sua fabbrica ad Alba, ma rimanendo sempre contadini, cioè avrebbero continuato a vivere nelle loro case contadine e da lì sarebbero stati prelevati dalla corriera tutti i giorni e lì riportati alla sera. Niente case popolari ad occupare altro territorio, niente alienazione culturale per essere stati sradicati dalla propria terra, perché Ferrero già sapeva quello che affermava il protagonista della poesia “I mari del Sud”: “Dovevo sapere che qui buoi e persone son tutta una razza”, cioè un contadino resta sempre un contadino, attaccato alla terra e agli animali.

E così la mattina prima di salire sulla corriera che li porta alla fabbrica cura le bestie e la stessa cosa fa la sera quando torna: “ da buio a buio” come, da sempre, – secoli o forse millenni- hanno sempre fatto e continuano a fare i contadini ad ogni latitudine ed in ogni Paese. E poi, restando contadini, avrebbero potuto anche piantare i noccioli per vendere il loro frutto alla Ferrero per la Nutella, con ulteriori entrate, passando così dalla disperazione ad un sempre più diffuso benessere.

Il suo modo di fare impresa resta un “unicum” in Italia dal dopoguerra ad oggi e non può essere qualificato come “family friendly”. Sarebbe una definizione inadeguata, perché Lui non ha tutelato l’equilibrio familiare legato alle esigenze della maternità e dell’educazione dei figli: Lui ha salvato un “mondo intero” prendendolo per mano e portandolo dalle macerie del dopoguerra alla contemporaneità, dalla miseria al benessere diffuso, senza traumi culturali sociali ed umani.

Per capire ancora meglio la grandezza di quest’uomo basta vedere cosa è successo, invece, in tutte le realtà montane e collinari del Centro e del Sud Italia. Centinaia e centinaia di famiglie di mezzadri e di piccoli proprietari, a partire dalla metà degli anni Cinquanta abbandonarono l’agricoltura per cercare una dignità personale economica e sociale nelle fabbriche, che nascevano nelle vicine pianure in fondo alle valli, dove nascevano anche, osannati come simbolo di progresso i nuovi quartieri dell’“edilizia popolare”.

L’emigrazione interna dalle campagne alle città divenne fenomeno imponente. Ma dietro il trionfalismo di facciata dei partiti del progresso appariva sempre più evidente il lato oscuro della modernizzazione, un vero e proprio “genocidio culturale” del mondo rurale: distruzione dei dialetti, diffusione in tutte le classi sociali di uno stile di vita basato sul consumismo, fine del sacro e dei valori tradizionali: una rivoluzione antropologica non guidata dagli intellettuali, ma dalla televisione, il più penetrante e persuasivo strumento di massificazione culturale.

E così in Italia, la massa dei piccoli contadini e dei mezzadri, che erano stati la vera vittima del fascismo, movimento della piccola borghesia urbana, marginalizzati ed umiliati, come classe sociale, venivano così definitivamente abbandonati a ceto sociale marginale dalle forze popolari socialiste e comuniste che, dopo una riforma agraria parziale ed inefficace avevano sposato l’industrialismo massivo come via principale di sviluppo del Paese, mentre il movimento cattolico avrebbe gestito per un quarantennio l’agricoltura, ma in una prospettiva prevalentemente assistenziale che ne ha impedito una crescita reale.

Ferrero, quindi, da solo contro tutti: una ricetta fatta di saggezza e non di ideologia, lo consegna, così, alla storia non solo come imprenditore abilissimo, ma anche come “politico” autentico e di eccezionale valore.

Forse a Ferrero, in un immaginario Olimpo, peraltro molto ristretto degli autentici interpreti del proprio tempo, può essere accostato l’unico intellettuale, che aveva descritto con una rara acutezza intellettuale tale genocidio culturale e politico, ma per questo fu marginalizzato ed isolato, cioè Pier Paolo Pasolini.

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