Veglia di Pasqua in Cattedrale a San Rufino di Assisi, vescovo Sorrentino ha battezzato una tunisina

Corpus Domini, giovedì 26 maggio celebrazione a San Rufino
magnificentumbria.it/

ASSISI – Durante la celebrazione eucaristica nella cattedrale di San Rufino il vescovo della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino monsignor Domenico Sorrentino ha battezzato una giovane tunisina, accolta ed aiutata dalla Caritas diocesana. In un passaggio il vescovo ha messo in evidenza come “sempre meno il cristianesimo è un fatto di tradizione e sempre più diventa una scelta consapevole. E’ ora che la Chiesa si attrezzi per questo tempo nuovo, tempo difficile, ma anche esaltante”. ***** TESTO DELL’OMELIA DELLA VEGLIA PASQUALE 2015 L’esplosione di luce che duemila anni fa spezzò il sepolcro di Cristo e ce lo consegnò Risorto è giunta fino a noi. Attraversa i secoli. Illumina le nostre Chiese ma soprattutto i nostri cuori. Lasciamoci afferrare da questa liturgia di luce e di vita.

Essa non riguarda solo Gesù, come se lo dovessimo contemplare staccato da noi, nella sua infinita diversità. Riguarda anche noi, perché egli si è unito a noi come il capo alle membra. Siamo un corpo solo. La risurrezione del capo, è anche, in qualche modo, la risurrezione delle membra. Liturgia di luce. Anzi, di fuoco e luce. Abbiamo acceso, nell’oscurità della notte, il fuoco nuovo, che si è poi propagato in tutte le nostre fiammelle, per diventare alla fine luce radiosa. Luce nella notte. La notte simboleggia lo stato in cui l’umanità si è cacciata perdendo l’innocenza originaria dell’Eden.

E’ la notte in cui gli israeliti si ritrovarono nella loro schiavitù egiziana o nella deportazione a Babilonia. E’ la notte in cui l’umanità si sperimenta nelle mille crisi che attraversa di tempo in tempo. Quella che stiamo provando in questi anni in cui il progresso tecnologico giunto all’inverosimile è pesantemente bilanciato da una crisi morale senza precedenti. Una crisi che tocca i costumi fin nel santuario della famiglia. Dove siamo ancora alle prese – e ci chiediamo fino a quando – , con una crisi economica che produce disoccupazione e mette in ginocchio lavoratori, famiglie, giovani. La notte che ci fa guardare con ansia al futuro anche sullo scenario internazionale, dove si combatte una guerra mondiale “a pezzi”, e dove incredibili meccanismi di intolleranza stanno facendo scorrere fiumi di sangue che fanno martiri tra i nostri fratelli cristiani.

E’ la notte di tanti poveri, anziani, abbandonati, migranti disperati e spesso travolti da onde assassine che sono anche le onde della nostra indifferenza. La notte di tante vite stroncate nel loro germogliare nel grembo materno. La notte della confusione ideologica persino nella concezione della nostra reciprocità maschile e femminile. In definitiva, la notte del nostro peccato, che da sempre costituisce il grande problema dell’umanità. In questa notte brilla la luce del Risorto.

Egli l’ha abitata tutta, la nostra notte. E’ sceso fino agli inferi, a spodestare il principe del male e a tracciare la via del nostro esodo verso il bene. Non solo dalla sua tomba, ma anche dalla nostra, una pietra è stata rotolata. Egli ne è uscito vincitore. A noi è dato la possibilità di uscirne. Resta la possibilità tragica che la nostra libertà decida di rimanere nel sepolcro anche quando la pietra d’ingresso è stata rotolata. Succede proprio così, quando, nonostante la morte e la risurrezione di Cristo, continuiamo a vivere nel peccato. Succede anche a noi battezzati, che con il battesimo siamo “morti con Cristo e risorti con lui”.

La fede è un dono offerto nella libertà e alla libertà. Non è un automatismo che possa funzionare senza il nostro consenso e senza la nostra coerenza. Ma è consolante che ormai la misericordia sia sempre a nostra disposizione. Papa Francesco ce lo ha ricordato addirittura indicendo un anno speciale, un giubileo della misericordia. Sì, Dio è veramente buono e misericordioso. Anche quando prendiamo la strada del peccato che ci allontana da lui, egli ci segue col suo sguardo paterno e ci attende alla casa paterna. Prima di quell’ultima ora in cui la morte chiuderà il tempo della nostra libertà e fisserà in eterno il nostro destino, non c’è mai un’ora in cui non ci sia data la possibilità di riconsegnare la nostra vita alla misericordia, rinascendo a vita nuova. Non c’è età in cui non possiamo convertirci.

Il perdono di Dio è un regalo che non ha tempo e scadenze. Ha un’unica condizione: che lo chiediamo sinceramente e lo accogliamo con perseveranza. Questa bellezza della nostra condizione cristiana è oggi simboleggiata dall’acqua viva della liturgia battesimale. Una nostra sorella che viene da lontano, Miriam, da noi conosciuta attraverso la grande famiglia della Caritas che l’ha formata alla fede e oggi l’accompagna al fonte battesimale, oggi risorge a vita nuova col Battesimo. Ella entra nel sepolcro di Cristo, dove deposita la sua vita, seppellisce ogni suo peccato, e ne esce risorta, piena di vita, pronta ad entrare nella famiglia di Gesù, pronta a ricevere, in Gesù e nello Spirito Santo, l’abbraccio del Padre. Miriam! Da quanto tempo Dio Padre aspettava di darti questo abbraccio! Accoglilo con gioia. Dandolo a te, lo da anche a tutti quanti noi.

Con il battesimo che ricevi, tu diventi una sola cosa con noi, entri nella famiglia dei figli di Dio. Anche tu, come Maria di Magdala e le altre donne che andarono di buon mattino al sepolcro del Signore, sentirai dalla voce della chiesa, quello che le prime donne sentirono dall’angelo vestito di bianco: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso.

E’ risorto, non è qui”. Sì, cara Miriam, cari fratelli e sorelle, il nostro battesimo non ci ha reso discepoli di un morto, seppur di stirpe gloriosa, ma di un Vivente, che è anzi l’Autore stesso della vita. Con tutti gli angeli e i santi che ora invocheremo, soprattutto con lo sguardo tenero della Vergine Santa che ci è stata data come madre, siamo entrati nel mondo di Dio. Siamo perciò chiamati a spogliarci dello spirito del mondo e a dare al mondo il respiro di Dio.

Grande gioia! L’alleluia pasquale risuoni sulle nostre labbra, ma soprattutto nel nostro cuore. Sentiamoci davvero “vivi”, non soltanto perché stiamo ancora in questa vita fisica che in ogni caso passerà in attesa della risurrezione finale, ma perché siamo vivi nella nostra gioia, nella nostra speranza, nel nostro amore. Siamo vivi perché ci vogliamo bene e facciamo del bene. Questa giovane creatura che ora entra nella nostra comunità è anche un appello di Dio per noi. Sempre meno il cristianesimo è un fatto di tradizione, sempre più diventa una scelta consapevole. E’ ora che la Chiesa si attrezzi per questo tempo nuovo, tempo difficile, ma anche esaltante. Tempo che ci fa rivivere lo stupore delle origini, quando l’annuncio si rivolgeva a una società pagana, e solo un miracolo poteva farlo attecchire: il miracolo avvenne, e noi siamo qui per questo. Veramente Gesù è Risorto, alleluia! Che risorga anche nei nostri cuori e ci renda una comunità viva, degna della sua vita e del suo amore.

Print Friendly

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*