Assisi nel 1951 e oggi. Un filmato che fa molto riflettere

 
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Assisi nel 1951 e oggi. Un filmato che fa molto riflettere

Assisi nel 1951 e oggi. Un filmato che fa molto riflettere

Maurizio Terzetti, toto assessore, ma di cultura e turismo quando si parla?di Maurizio Terzetti

Assisi 1951: ma è esistita davvero?

Mi ha molto colpito il brevissimo filmato del 9 giugno 1951 con le immagini dell’imponente rito della traslazione delle spoglie di Padre Giovanni Principe dal cimitero di città alla sua definitiva sepoltura.

Il religioso era morto il 19 novembre 1940 (ci sarà qualche commemorazione nella ricorrenza dell’imminente ottantennio?) non in odore di santità, ma certamente con l’aureola di grande e moderno benefattore dei pluriminorati. Dalla sua opera sarebbe sorto l’istituto assistenziale di oggi, celebrato giustamente per l’avanguardia che rappresenta nel suo campo e per la città di Assisi.

Guardo per l’ennesima volta quello spezzone prezioso di pellicola e mi chiedo se quella  città così neorealista sia esistita per davvero.

La semplicità che accomuna

La folla, in piazza, trabocca più che per il comizio di Fanfani; un carro funebre tetro come nei film di Totò si ferma davanti alla Minerva; un palco, fra le colonne, con vescovo e preti e canonici (come è giovane Don Aldo Brunacci!) si divide la scena con una potente orazione di Arnaldo Fortini; dietro il feretro, le autorità, fra le quali spunta il vicesindaco Maceo Angeli, antico collaboratore di Padre Giovanni negli anni difficili del fascismo e, con lui, ispiratore di brillante antifascismo; defilato, ma alto e dolcemente imperioso, il fondatore della Pro Civitate, Don Giovanni Rossi, bello come una statua di San Carlo Borromeo.

Ma questa città è esistita davvero, un anno prima che io nascessi? Può essere stata così confessionale e così libera insieme, così immersa in riti simil tridentini e così poetica nella semplicità che accomuna, tra la folla, Arnaldo Fortini e Maceo Angeli, Don Giovanni Rossi e il vescovo e Don Aldo Brunacci, il passato e il futuro della città a metà del secolo scorso?
Appena un decennio prima cominciava il cataclisma della guerra e queste persone c’erano state tutte, in un modo o nell’altro, con ruoli tanto diversi da quelli del giorno degli onori resi a Padre Giovanni Principe, ma c’erano stati e avevano lottato e sofferto, gioito e sperato insieme.

Protagonisti dello sviluppo

Come, insieme, sarebbero stati protagonisti della città nei due o tre decenni seguenti quel 9 giugno 1951: Don Aldo, colto interprete di una Curia che cercava di rinnovarsi; Maceo, oppositore politico tenace e ispiratore artistico di sempre nuove atmosfere poetiche; Don Giovanni Rossi, sovrano della sua Cittadella e garante degli equilibri e delle aperture della sua comunità; Arnaldo Fortini, anima della storia novecentesco di Assisi fino all’ultimo dei suoi giorni.

Quella Assisi, dunque, è esistita davvero, il suo sviluppo nella seconda metà del Novecento, insieme ad altri che non sono nel filmato, l’hanno fatto le persone riunite in piazza il 9 giugno 1951.

È dagli anni ‘80 in poi che la città, quella esageratamente e univocamente della Pace, ha sostituito il composito mondo di pulsioni e passioni che nel secondo dopoguerra, dice quel filmato, era riuscito a convivere e, in qualche maniera, a operare.

Non è nostalgia

Il filmato, però, non è solo una finestra nostalgica su un passato irripetibile.
Il filmato avverte che alcuni equilibri della città, per avere sempre gente in città, vanno mantenuti anche oggi e che Assisi può essere, nello stesso tempo, confessionale e laica, oratoria e predicatoria, provocatoria e poetica.

Essa può ambire a uno sviluppo che non rifiuti le tradizioni, ma che completi il residuo artigianato in un disegno di riforme economiche e sociali in grado di far rinascere un’ economia e una società dentro e fuori le mura.

E la città d’arte?

Non si fa, probabilmente, il bene della città imponendole un modello tutto e solo confessionale o pacifista o santuariale o conventuale, come sarebbe sbagliato perseguire uno sviluppo contrario del tutto alle lunghe benemerenze e alle produttività che il modello tutto religioso ha garantito ad Assisi per tanti anni.

È, piuttosto, il modello della città d’arte ricca di mostre e di autorevoli chances  espositive, di musei e di gallerie in ogni luogo dentro e fuori le mura, che, lentamente, qualcuno dovrebbe poter cominciare a progettare per il futuro postbellico della pandemia che ci assedia da ogni lato.

Sono convinto che questo modello può essere un grande fattore di equilibrio per una città che ha bisogno del proprio domani come l’aveva quella città che il 9 giugno 1951 vedeva riuniti in piazza, per una cerimonia religiosa, uomini di tanta e di poca fede, capaci, in ogni caso, di separare la sfera religiosa e quella istituzionale, arbitri di sacrestie e di riti pagani che, anche se non sono riusciti a creare la migliore Assisi, almeno ci hanno provato, sempre, fino in fondo.

Post scriptum

L’amministrazione che verrà farà bene a mettere fra i propri progetti l’allestimento di una mediateca comunale che raccolga, ordini, studi e faccia fruttare il patrimonio di filmati privati di cui, a quanto pare, la città è fornita.

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