Morto Padre Vincenzo Coli, una vita al servizio dell’uomo

Morto Padre Vincenzo Coni, una vita al servizio dell'uomo

Morto Padre Vincenzo Coli, una vita al servizio dell’uomo. “Padre Vincenzo Coli è morto oggi 19 giugno alle 13 presso la struttura ospedaliera di Foligno. L’intera comunità francescana conventuale del Sacro Convento di Assisi rende grazie a Dio per il dono di questo fratello e a lui per il servizio fedele e appassionato alla fraternità, alla Chiesa e alla società.

Padre Vincenzo è stato Custode per 17 anni dal 1981 al 1989 e dal 2001 al 2009. Accompagniamo questo momento – ha dichiarato il Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti – con la preghiera sulla tomba di San Francesco“. La camera ardente sarà allestita nella Cappella delle reliquie della Basilica di San Francesco.

«Il giorno dopo, quella foto con me e Berlinguer nel refettorio del Sacro Convento di Assisi fu sulle prime pagine dei giornali, e non solo di quelli italiani. Per oltre un mese si parlò e si scrisse di quell’incontro, dipingendo me come Francesco d’Assisi e Berlinguer come il lupo cattivo di Gubbio. Un’esagerazione!» Sorride padre Vincenzo Coli, ricordando quell’evento. La sua memoria è forte e non dimentica alcun dettaglio, né alcuna parola, dello storico incontro – che larga eco ebbe sui media – avuto l’8 ottobre 1983 con il segretario del Partito comunista italiano. Padre Coli, che è stato Custode del Sacro Convento d’Assisi per due lunghi mandati (il primo di nove anni, il secondo di otto), mi parla con quella amabilità francescana che è la cifra della sua vita e assieme lo spirito profondo del francescanesimo. Nel 1983 io avevo 17 anni, e non era ancora giunto il momento delle scelte che ti cambiano per sempre. Così ho chiesto a padre Coli di raccontarmi quella giornata.

Come nacque l’incontro?

Mi chiamarono dalla segreteria del Pci umbro. Mi dissero che il Pci nazionale aveva organizzato per il 9 ottobre una Marcia della pace da Santa Maria degli Angeli ad Assisi, alla quale sarebbe stato presente il segretario Enrico Berlinguer. Mi chiesero se fossi disponibile a incontrare Berlinguer il giorno prima di quella marcia. Io dissi di sì.

Ti consultasti con qualcuno? Voglio dire, ne parlasti, per esempio, con qualcuno al Vaticano?

No. Non mi posi il problema, se problema era (per me non lo era). Decisi in autonomia, cercando soltanto di rispondere al mio essere francescano. Mi immersi, cioè, in quello spirito di accoglienza che guidava e guida la mia fede e, in quel momento, la responsabilità di Custode del Sacro Convento. Questa mia profonda convinzione rafforzò la mia decisione. Fra l’altro, proprio nei giorni precedenti l’incontro, mi ero permesso di rivolgere un accorato appello pubblico al presidente degli Usa, Ronald Reagan, e al leader sovietico, Yuri Andropov, di fare ogni sforzo possibile per la conquista della pace, proponendo ai due anche un incontro qui ad Assisi. Ti ricordo che all’inizio degli anni Ottanta c’era una forte preoccupazione per la pace nel mondo, e si assisteva a una corsa al riarmo nucleare da una parte e dall’altra della cortina di ferro che non prometteva niente di buono.

Non ci fu, dunque, nessuna telefonata?

Non ebbi, ripeto, telefonate d’Oltre Tevere per mettermi in guardia sull’incontro. Ricevetti invece numerose telefonate da dirigenti del Pci umbro nei giorni precedenti che mi chiedevano se fosse tutto confermato. Come se temessero un possibile annullamento dell’appuntamento. Io li rassicurai.

Il segretario del Pci arrivò così al Sacro Convento.

Berlinguer era accompagnato da alcuni esponenti del partito, uno dei quali, mi ricordo, era il presidente della Regione Umbria, Germano Marri. Ci fermammo a parlare in quella saletta all’interno del Convento, appena varcato il cancello, che chiamiamo «parlatorio» e che di solito viene utilizzata per gli incontri con gli ospiti e i pellegrini.

Come si svolse il colloquio?

Berlinguer espresse subito le preoccupazioni che aveva per la situazione internazionale, e disse che aveva apprezzato molto il nostro appello ai leader degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica. Io gli risposi dicendo che ognuno nel suo campo deve fare il possibile per conquistare la pace.

Quanto durò l’incontro?

Circa un’ora. Gran parte del colloquio venne poi dedicato ad Assisi e a san Francesco. Berlinguer parlò di Assisi come centro della cristianità francescana e punto di riferimento per le forze e le idee di pace e giustizia nel mondo. Era preparato anche sulla vita e la testimonianza del Santo, ricordando il famoso episodio dell’incontro di Francesco con il sultano d’Egitto per predicare, come disse Berlinguer, la pace in nome di Cristo e degli uomini. Era la sua lettura di quell’evento e di quella che chiamò la «follia» – questo il termine che usò – di Francesco: per il segretario del Pci, nel Santo d’Assisi c’era la contestazione radicale e intransigente della guerra, della violenza, e al tempo stesso l’affermazione del primato della pace e della ricerca del dialogo e dell’accordo con tutti gli uomini di buona volontà.

Che impressione ne avesti?

Un’ottima impressione, lo dico tranquillamente. Berlinguer si dimostrò molto interessato anche alla nostra vita comunitaria all’interno del Sacro Convento. Era sincero nella sua curiosità, nella sua voglia di conoscere gli aspetti e i momenti della nostra quotidianità. Devo confessarti che ebbi la stessa impressione accogliendo, in un’altra occasione, il segretario dell’Msi, Giorgio Almirante. Due esponenti politici, di parti opposte, che mi hanno trasmesso questa sensazione. Alcuni politici arrivavano invece ad Assisi soprattutto per farsi vedere. Non Amintore Fanfani, che si raccoglieva sempre, con devozione, davanti alla tomba del Santo.

Poi giunse il momento del pranzo nel refettorio.

L’incontro stava per concludersi. Io stavo dicendo che era stato un colloquio utile per capirsi e per vedere se c’era la possibilità di fare un percorso insieme. Questo, ricordai al segretario del Pci, è il nostro essere francescani sulle strade del mondo. Fu proprio allora che risuonò, quasi inattesa, la campanella che annunciava il pranzo. Dissi: «È l’ora del pranzo», e mi venne spontaneo invitare Berlinguer al nostro desco. Ci fu in lui un attimo di esitazione, seguito da uno scambio di sguardi con Marri, poi accolse l’invito.

Come venne accolto dalla comunità dei frati nel refettorio?

Venne accolto bene. Allora eravamo una cinquantina; solo uno dei fratelli, un danese, si dimostrò un po’ perplesso. Ma il pranzo andò bene, ripeto. Con Berlinguer e Marri prendemmo posto al tavolo centrale, dove si siedono normalmente il Custode e gli ospiti, quando ci sono. E questa immagine divenne poi il famoso scatto che finì sui giornali di tutto il mondo, opera di un fotografo perugino intrufolatosi nel refettorio. Concluso il pranzo, accompagnai Berlinguer a visitare il Fondo antico della nostra importante biblioteca. Facemmo poi una breve passeggiata lungo il porticato, da cui si domina la bella valle umbra.

C’è stato un saluto particolare di Berlinguer al momento di lasciare il Sacro Convento?

Mi disse: «È proprio vero che nei tempi difficili, di crisi, la Chiesa torna a essere percepita come un porto sicuro».

Reazioni all’incontro?

All’inizio di questa chiacchierata ti ho parlato dell’eco sui giornali, che andò avanti per diverse settimane. Non ci furono problemi di alcun tipo. Mi arrivarono – dopo l’incontro, sì – alcune telefonate da Oltre Tevere, ma per chiedermi dettagli, curiosità, mie impressioni. Non c’erano però segreti da rivelare. Era stata solo una buona giornata francescana.

Enzo Fortunato
Direttore della Rivista

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*