Vicenda Piccolo Carro, i vertici andranno a processo

Vicenda Piccolo Carro, i vertici andranno a processo

Vicenda Piccolo Carro, i vertici andranno a processo

Presidente e vicepresidente della Cooperativa sociale Piccolo Carro affronteranno il processo. Marito e moglie sono stati rinviati a giudizio in udienza preliminare. Lo ha stabilito il giudice Amodio. Moglie e marito erano stati indagati per truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture, oltre al non aver le autorizzazioni per trattare minori affetti da problematiche sanitarie e al trattamento illecito di dati personali.

Il giudice ha anche deciso di escludere dal processo le sei Asl di vari comuni in tutta Italia costituitesi parte civile nell’ambito dell’ipotesi di reato di truffa che – secondo il Gip – non sussiste.

I titolari della cooperativa erano finiti sotto inchiesta perché ospitavano minori «difficili» da ogni parte del paese proponendosi «come struttura ad alta valenza terapeutica – scrive l’accusa – con una carta di servizi ed un sito web idonei a rappresentare la propria capacità e competenza a fornire servizi non limitati all’ambito socio educativo ma anche in ambiti terapeutico sanitari».

Dalle indagini della guardia di finanza è emerso che moglie e marito, ospitavano in cinque strutture gestite dalla cooperativa tra Perugia, Assisi e Bettona minori affidati dai servizi sociali senza però avere le necessarie autorizzazioni per svolgere attività terapeutico-sanitaria.

Marito e moglie avrebbero erogato prestazioni di tipo terapeutico sanitario ricevendo per ogni paziente minore 400 euro al giorno anche in virtù della valenza sanitaria della prestazione rispetto a quella esclusivamente a carattere socio – educativo. Requisiti che non avrebbe posseduto.

Tra le accuse mosse alla cooperativa anche quella di aver attestato «falsamente – secondo la procura – di non aver ricevuto in collocamento soggetti con problematiche sanitarie, tutte le volte fosse loro avanzata richiesta di chiarimenti da parte degli organi di controllo dei comuni», ma anche di aver incluso «nella fatturazione del corrispettivo spese per attività e servizi attinenti all’ambito sanitario». Una vicenda lunga e complessa che aveva portato anche al maxi sequestro dei beni, ma il provvedimento confermato in prima battuta dal tribunale del Riesame umbro è stato annullato dalla Prima sezione della Cassazione presieduta da Piercamillo Davigo.

Secondo quanto si legge negli atti del gip Lidia Brutti «il Piccolo Carro non ha mai conseguito e neppure richiesto l’autorizzazione all’esercizio di attività sanitaria o sociosanitaria» e «non ha mai ottenuto l’accreditamento».

 

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