Il Cantiere dell’Utopia che ha curato la basilica di Assisi

Il Cantiere dell'Utopia che ha curato la basilica di Assisi

Il Cantiere dell’Utopia che ha curato la basilica di Assisi

Per due anni, giorno dopo giorno, tecnici, operai e restauratori hanno lavorato fianco a fianco per curare le ferite della Basilica di San Francesco d’Assisi e restituirla all’affetto e alla devozione di tutto il mondo. È stata una corsa contro il tempo che ha portato a una specie di miracolo umano, una utopia realizzata, partendo da quello scenario di devastazione e di dolore provocato dal terremoto delle 11.42 del 26 settembre 1997 che – “grazie” alle immagini riprese da un operatore di una tv locale – entrò la sera stessa nelle case di tutte le famiglie e riempì le pagine dei quotidiani, il giorno dopo.

L’aveva promesso Antonio Paolucci, nominato il giorno stesso del sisma commissario straordinario: “Non ci sarà grande Giubileo del 2000 senza la Basilica riaperta”. La Basilica venne riaperta il 28 novembre 1999.

Il cielo delle volte della Basilica superiore era stato squarciato da due voragini di un centinaio di metri quadrati che si erano aperte sopra l’altare Papale e sopra l’ingresso della chiesa. Le pietre cadute avevano creato due cumuli alti qualche metro, sotto uno dei quali c’erano i corpi senza vita di un frate, un postulante e di due tecnici della sovrintendenza ai beni culturali dell’Umbria.

Il terremoto squassò altri punti del Sacro convento: il refettorio (con la tavola rimasta apparecchiata giorni e giorni per quel pranzo del 26 settembre mai consumato), il Salone Papale, il museo, il chiostro di Sisto IV, il timpano del transetto di sinistra e il campanile. Da questa scena di distruzione nacque il Cantiere dell’Utopia. Per due anni si è lavorato mentre la terra ancora tremava, infatti, ogni giorno operai e restauratori erano costretti ad abbandonare precipitosamente ponteggi, palchi e stanze di lavoro.

Da questo impensabile Cantiere dell’utopia resta da completare l’ultimo tassello: ricostruire la vela di San Matteo di Cimabue con i suoi frammenti, migliaia di minuscoli pezzi nei quali si è sbriciolata dopo essersi schiantata da un’altezza di una ventina di metri.

Ci furono allora anche polemiche: “prima le case, poi le chiese”, come se le chiese fossero altro rispetto alla comunità e non piuttosto punti di riferimento.

Il tempio che custodisce il corpo del Santo – tornò così ad essere la meta del viaggio, spirituale e fisico, di migliaia di donne e uomini di buona volontà che ogni giorno salgono, al Colle del Paradiso, con la fede o senza la fede, con il cuore che batte forte o con il cuore da rianimare, con i loro colori, lingue, sensibilità. Tutti vengono accolti dalla comunità dei frati del Sacro Convento con il motto di Francesco d’Assisi: “Il Signore ti dia pace”.
Settanta frati, 18 nazionalità, un’unica bussola: il Vangelo, gli altri.

da padre Enzo Fortunato (dal Corriere della Sera)

 

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