Santa Maria degli Angeli, il paesaggio urbano come luogo formativo

Turista investito in piazza Garibaldi a Santa Maria degli Angeli

di Paolo Ansideri
a cura di Oicos riflessioni
Santa Maria degli Angeli, il paesaggio urbano come luogo formativo. La 16° Biennale Architettura di Venezia è stata inaugurata lo scorso 26 maggio con la curatela delle irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNnamara che hanno scelto il tema Freespace, come concept guida per i progettisti invitati. Nel manifesto di presentazione, le curattrici affermano tra l’altro che:  ” …  Tra le persone e gli edifici avviene uno scambio, anche se non intenzionale o non progettato, pertanto anche molto tempo dopo l’uscita di scena dell’architetto, gli edifici stessi trovano nuove modalità di condivisione, coinvolgendo le persone nel corso del tempo  collegando passato, presente e futuro, costruendo sulle stratificazioni della nostra eredità culturale, legando l’arcaico e il contemporaneo.”

Paolo Baratta, presidente della Biennale, nel suo intervento di presentazione, dice tra l’altro che l’Architettura è la più politica delle arti perché mostrare come la “cosa” possa essere fatta diversamente, rappresenta di per sé un gesto contro assuefazione e conformismo. Credo siano molto illuminanti le parole di curatrici e presidente della Biennale per riflettere su quale sia il compito di noi abitatori del nostro spazio urbano, di noi, viventi nel nostro contesto storico-geografico, di noi portatori del nostro tempo.

Lo spazio urbano e sociale è una delle componenti della formazione della nostra coscienza e cultura e questo spazio, che con forza e potenza ci avvolge e domina, è uno spazio formativo per la sua funzione di presenza e rappresentazione di modelli e simboli, creatore e formatore di linguaggio non solo visivo: è il nostro Habitat.

L’architettura nella sua occupazione volumetrica dello spazio visivo, in quanto diventa orizzonte e forma per il nostro sguardo, intesse immediatamente con il pensiero, un dialogo continuo che nella sua mutazione può interrogarci per le differenze che ci manifesta o rassicurarci ed  assopirci nella continuità dell’unità formale. Continuità ed univocità formale hanno come conseguenza l’omologazione dell’ambiente culturale, e la tendenza all’espulsione dal proprio contesto di ciò che ne è estraneo, differente.

L’habitat, da luogo abitato diventa così abitudine, consuetudine e negazione dei segni che ne rompono la simmetria. Finisce quindi che non ci accorgiamo più del valore del diverso, quando addirittura non lo percepiamo con avversione. Il contesto culturale pubblico, locale, dal canto suo non favorisce l’emersione di queste valenze se sulla scena pubblica si susseguono continuamente momenti collettivi, secondo un rituale consolidato che alterna, i ritmi delle ricorrenze alle celebrazioni di icone che arrivano al massimo al barocco.

Il recente passato ed il presente non sono degni di tale attenzione e lentamente si è sommersi dall’immateriale e condiviso orizzonte mentale che fa selezione del post-barocco come spazio di non valore, nella collettiva opera di rimozione e selezione preventiva di modelli valoriali di riferimento.   Per essere invece, una volta fuori dall’habitat, disponibili a meravigliarsi davanti alla Défense di Parigi piuttosto che  al Guggenheim di Bilbao, ma scarsamente propensi a scoprirne i segni qui, ora, da noi, a casa nostra. Perché il velo cela e non riconosce dignità all’extra-medievale.

È necessario invece che si svolga il compito che il tempo ci assegna nel tratto storico in cui siamo, trascrivendone anche nelle opere e manufatti quell’irriducibile differenza di cui, né il passato, né il futuro possono dare conto.

E’ necessario lasciare segni della nostra contemporaneità, come segni della cultura di noi oggi, ma con la stessa angolazione visiva dobbiamo finalmente riconoscere a progetti ed opere realizzate nel più o meno recente passato, o nel presente, quella sorta di “segno a noi necessario” della storia che attribuiamo a Giotto, ma che dobbiamo anche tributare a Ludwig Mies van der Rohe, come a Pietro Porcinai e Giovanni Astengo.

Sperando che in tutto questo riesca lentamente a farsi avanti, ad emergere, il senso profondo della parola Progetto: il carico di interrogazione e tensione conoscitiva, il guadagno di posizioni ulteriori, che inglobando le precedenti, illuminano con un’altra visione il medesimo mondo, rivelandone un’inaspettata e nuova dimensione.

 

 

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