Folla incessante tra fede, emozione e valori senza tempo
Una media di 15.000 persone al giorno attraversa i portali della Basilica di Assisi per rendere omaggio alle spoglie di San Francesco. Il flusso non si interrompe. Nemmeno nelle ultime ore disponibili per la venerazione, le file si assottigliano: arrivano in pullman, in treno, in auto, da ogni regione d’Italia e da paesi lontanissimi, accomunati da un medesimo senso di appartenenza spirituale che le parole faticano a contenere.
L’organizzazione locale regge a stento l’impatto di una presenza così massiccia e continuativa. «È veramente un impegno enorme», ammettono gli addetti alla gestione dei flussi all’interno del complesso francescano, consapevoli che ogni giornata mette alla prova la logistica di un sito che, per quanto abituato ai grandi afflussi, raramente ha vissuto settimane di tale intensità.
Il peso del sacro in un’epoca distratta
Scendere nella cripta dove riposano le ossa del Poverello di Assisi non è un gesto neutro. Chi lo compie — fedele di lunga data o visitatore alla prima esperienza — porta con sé qualcosa che non è semplice curiosità. È qualcosa di più antico, radicato, che affiora nel momento del contatto visivo con le reliquie. «Conoscere Francesco da anni e poi vedere nel corpo… dà un’emozione fantastica», racconta una pellegrina con voce incrinata, cercando parole adeguate a un momento che le parole stentano a contenere.
Una donna polacca, alla sua prima visita ad Assisi, si ferma un istante prima di parlare: «È una cosa che non si scorda mai». Tre sillabe. Nessuna retorica. Tutta la sostanza di un’esperienza che si deposita in fondo alla memoria e non si sposta più.
Pullman da Piacenza, famiglie da tutta Italia
Non si tratta di pellegrinaggi isolati. Da Piacenza è arrivato il sesto pullman organizzato dalla stessa parrocchia nell’arco di pochi mesi. Un numero che dice qualcosa sulla sistematicità di un fenomeno che non si esaurisce nell’evento straordinario, ma si è consolidato come pratica collettiva e ripetuta.
Tra i pellegrini spiccano le famiglie intere, con bambini piccoli al seguito. Nove anni, sei anni, undici anni: età in cui il significato teologico di una reliquia sfugge ancora, ma in cui la solennità del luogo imprime un segno. «Siamo felici, emozionati e speriamo che i nostri figli crescano sempre con questi valori», dice un genitore, con quella semplicità diretta che appartiene a chi non ha bisogno di argomentare ciò che sente come ovvio.
«Si inizia da piccoli», aggiunge qualcuno con un sorriso, osservando i bambini che si guardano intorno a occhi spalancati nella penombra della cripta.
Un’eredità che non invecchia
L’impatto di Francesco di Assisi sulla storia dell’umanità è un dato acquisito. Eppure vedere quelle ossa — come dice apertamente uno dei pellegrini — genera ancora commozione fisica, viscerale. «Ha cambiato il mondo», dice con semplicità, come se la grandezza di quell’affermazione non avesse bisogno di essere sottolineata. E in effetti non ne ha.
Quella di San Francesco è un’eredità viva, non museificata. Porta con sé un invito all’umiltà e all’accoglienza dei poveri che non ha perso nulla del suo peso originario, semmai lo ha guadagnato nel confronto con un presente che di umiltà ne mostra poca.
Assisi, tra Francesco, Chiara e Carlo Acutis
Ad Assisi non si viene solo per Francesco. Santa Chiara e, sempre più, Carlo Acutis — il giovane beato milanese morto nel 2006, recentemente canonizzato — esercitano un richiamo crescente, soprattutto sulle generazioni più giovani. La sua storia — un adolescente del terzo millennio, appassionato di informatica e profondamente legato all’Eucaristia — ha ridisegnato il perimetro di ciò che è percepibile come santo nell’immaginario contemporaneo.
«È bello pensare che la santità non è solamente qualcosa di antico o di vecchio», riflette uno dei pellegrini, «ma è qualcosa che si rinnova nel corso dei secoli». Un pensiero che, in fondo, riassume l’intera giornata ad Assisi: non un pellegrinaggio nel passato, ma una verifica del presente.

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