Il muro di Assisi, Terzetti scrive al Padre Custode, Mauro Gambetti

 
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Il muro di Assisi, Terzetti scrive al Padre Custode, Mauro Gambetti
dipinto di Maximilien Hauschild

Il muro di Assisi, Terzetti scrive al Padre Custode, Mauro Gambetti

DUE PAROLE ALLA CITTÀ’,  PADRE CUSTODE!

sarebbero molto apprezzate se venissero da lei riguardo ai lavori che si stanno compiendo sul muro di sostegno del “Prato” e del Sagrato della Basilica Superiore.

Frati Assisi, padre Gambetti: Papa ad Assisi per una nuova economia nel nome di san Francesco
Mauro Gambetti Credit Sacro Convento di Assisi

Abbiamo sentito, caro Padre Mauro, svariate versioni, poggianti sul nulla e mai documentabili o documentate fino in fondo, circa l’entità di quei lavori e registriamo altrettante, frementi lamentele della comunità di Assisi, fra le quali anche la mia, che si è fatta interprete di un malessere diffuso e motivato, in quanto i lavori interessano un luogo-simbolo di intere generazioni di assisiati.

La sua specializzazione in ingegneria meccanica non è proprio quella che, per competenza professionale, si addice al caso dell’elevazione del muro, ma credo che, più che a molti di noi, non le manchino i mezzi tecnici per spiegarci propriamente cosa stia effettivamente succedendo sulla linea di quel perimetro murario e, soprattutto, se vi sia compresa, come vogliamo sperare, l’opera di salvaguardia del godimento del Bene Paesaggistico.

Sarebbe un’opera di divulgazione molto meritoria e ci farebbe simpaticamente assomigliare la sua figura a quella di quel frate che, nel dipinto di Maximilien Hauschild, verso la metà dell’Ottocento (foto), sulla sinistra della scena, proprio davanti a quel muro, alla sua base, custodisce fra la gente, fra sacramenti del suo ministero e dialogo laico, l’ingresso libero, muro compreso, alle Basiliche francescane.

Maurizio Terzetti, toto assessore, ma di cultura e turismo quando si parla?

Un caro saluto – Maurizio Terzetti

23 Commenti

  1. Conosco Padre Mauro e credo non si farà sfuggire questa occasione: fare chiarezza su un tema molto caro agli Assisani e a tutta la comunità.
    Sarebbe veramente deplorevole continuare a fornire malainformazione come sinora fatto….siamo in un tempo in cui nulla sfugge e tutto, forse, é troppo criticato.
    Però la verità non ha padroni e quindi divulgarla per spiegare anche a chi, in malafede o semplicemente per ignoranza, ha mal interpretato credo sia uno dei doveri degli UOMINI PUBBLICI…. Padre Mauro é uno di questi.
    Assisi non si merita questo

    Aspettiamo fiduciosi

  2. Condivido pienamente il pensiero di Terzetti e mi associo alla richiesta di chiarimenti, con la certezza che il Padre Custode Mauro Gambetti vorrà certamente dare. Sarebbe credo un “atto dovuto” alla cittadinanza tutta, dopo che questa è stata irrisa dal suo confratello padre Enzo Fortunato.

  3. Nel magnifico disegno di Maximilien Hauschild, (qui si che si respira aria serafica!) si intravede, sulla destra l’accesso alla Selva quando ancora si chiamava così e quando soprattutto vi si accedeva gratuitamente.

  4. Dopo la buriana pretestuosa, non si è saputo più niente da parte di chi aveva definito l’opera mostruosa e altro ancora. Mbè, dato che è finita, stiamo aspettando che esprimiate un giudizio dopo la guerra scatenata, cosa è avvenuto? L’opera va bene? È brutta? È utile? È a norma?
    Su, coraggio, vedo che molti sono sempre all’opera su questo blog, su ogni argomento, quindi non dovrebbero mancare le parole per esprimere un’ulteriore opinione dopo averne sparate tante. Il muro aspetta inconsapevole e… anche noi.

    • Concretezza , Che eri inconsapevole non ne avevo dubbi pertanto sulla questione fatti una domanda e se ci riesci datti una risposta.

  5. Caro Concretezza, lei, non il buriano, è molto prete stuoso.
    Ma perché non se lo chiede lei stesso se l’opera, a norma, serve anche alla sicurezza della gente, oltre che a quella dei frati? Perché non giudica lei stesso la gobba vistosa che fa il muro nel tratto iniziale?
    Si risponda, sparacchi anche lei, e sia meno prete stuoso. O prete tout court.

    • Il mio non è un pretesto, ma una costatazione, infatti tutto il polverone sollevato ha partorito come rilievo un topolino, anzi una gobba. Il tempo è galantuomo, il processo alle intenzioni non paga mai, però c’è sempre chi lo dimentica. Ne sutor ultra crepidam.

      • Che onore, signor Concre tazza!
        Mio nonno era ciabattino!
        Di sicuro lei, parlando del calzolaio, non sa di chi parla, altrimenti non avrebbe scimmiottato così goffamente una nobile locuzione latina.
        Ho anche il dubbio che lei il latino l’abbia visto col binocolo.
        Per lei va bene la comunicazione sacronventuale del capriolo. Se la tenga stretta, ma consigli ai frati di dare, una volta tanto, una notizia certa e verificabile sul futuro del salto a ostacoli che è diventato il muretto.
        Ogni volta, infine, che vorrà farsi prendere per i fondelli, o farsi fare le scarpe, non esiti a interferire nei miei discorsi, signor Con che tazza.

        • È impossibile non farsi prendere per i fondelli, quando dall’altra parte c’è tanto sapere e tanta cultura. Il problema è, e rimane quello, ovvero un muro criticato in tutte le forme, ma alla fine l’unica cosa stonata è una gobba. Che mai porti fortuna a chi ci si siede. Termino qui, quello che dovevo dire l’ho detto ed è meglio che ognuno si tenga le sue convinzioni. Mai vorrei incontrare chi ha tali convinzioni di superiorità, in questo caso il muro sarà enorme ed insormontabile.

          • E una l’abbiamo portata a casa: una cosa stonata c’è, ed è la gibbosità del muro!
            Vediamo quando incasseremo anche l’ammissione della malizia con cui i frati si sono parati la tonaca lasciando al libero arbitrio altrui la possibilità di farsi male salendo su quel metro di spocchioso sonno tranquillo come da contratto assicurativo.

  6. E una l’abbiamo portata a casa: una cosa stonata c’è, ed è la gibbosità del muro!
    Vediamo quando incasseremo anche l’ammissione della malizia con cui i frati si sono parati la tonaca lasciando al libero arbitrio altrui la possibilità di farsi male salendo su quel metro di spocchioso sonno tranquillo come da contratto assicurativo.

    • Non volevo più intervenire, ma devo. La mia affermazione di cui sopra “ma alla fine l’unica cosa stonata è una gobba”, non è una mia constatazione, ma è l’unica fatta da voi specialisti sapienti, dopo lo spreco di parole contro. Per me non è una gobba, ma è la normale altezza del muro riferita al viale parallelo al prato. Tale altezza, per motivi di sicurezza, deve attenersi a certe misure normative che senza dubbio conoscerete, mi meraviglierei del contrario.

      • Non cambia nulla, concretezzina nostra, non cambia nulla se quella ammissione sulla gobba l’ha detta per celia oppure no: in ogni caso, tutto è stato fatto esclusivamente per far dormire ai frati sonni tranquilli, alla faccia degli imperiti e degli sprovveduti che, non impediti da nessuna tonaca, intenderanno continuare a salire sul muretto reso parallelo al prato.
        E la gobba qualche problema di visibilità della facciata, in certe condizioni di percorrenza della strada, lo crea. Eccome! Ma che importa? L’intervento mica è stato fatto sul manufatto della Basilica! Si è intervenuti su una semplice pertinenza senza particolare valore per la storia dell’arte. Cinismo.

  7. Però dobbiamo essere sinceri. Dopo concretezza ci manca tanto Don Migliosi. Coppia inarrivabile in quanto a servilismo politico.

  8. Scusate, mi sto divertendo moltissimo a leggerVi (Concretezza compresa prete stuosa) ma stiamo rifuggendo dalla domanda iniziale e secondo me principale: perché la comunicazione non é stata fatto con i dovuti crismi, anzi irridendo Assisi? Questo é il punto del problema….Padre Gambetti mi ha meravigliato negativamente molto in questo contesto….
    Per il resto il muro é ormai muro e come tale resterà. Il lavoro (in quanto tale) é stato fatto ottimamente ma se andassimo ad analizzare i manufatti similari presenti in Assisi centro dovremmo mettere mano (giustamente) a quasi tutti per le medesime motivazioni di sicurezza….da qui la necessità di COMUNICARE perché si andava a fare certe cose…

  9. Caro Grillo, mi fa piacere che il battibecco sia salito di tono fino a esserle gradito.
    Sulla domanda iniziale, che tutti ancora ci portiamo dietro, penso che essa debba essere aggiornata, sempre sulla stessa falsariga della linea anti comunicativa seguita da parte del Sacro convento.
    La domanda iniziale ora, per me, è diventata: ma quale sicurezza c’è, grazie al muro, se nessuno se la sente, se nessuno deve sorvegliare sulla possibilità di fare un bel saltello e salire a sedere sul parapetto? Quella possibilità c’è ancora, oltre che per scioltezza muscolare, anche per legge?
    Ecco, qui nessuno risponde, nessuno comunica, anzi si diverte a far vedere 19 statue ostentatamente erette lungo il profilo del muro, con la scusa di messaggi di accoglienza fritti e rifritti.
    Caro Grillo, mi è piaciuta, a integrazione di questo suo commento, l’altra nota sull’acceso dei diversamente abili alla basilica senza barriere. Ancora contraddizioni comunicative da parte del Sacro convento, che si pavoneggia per l’eliminazione delle barrire architettoniche senza dire una parola sui pilomat in fondo alla Piazza inferiore.
    Vuoi vedere che muretto, disabili e pilomat sono tutti collegati da una regia strabica e prete stuosa?

  10. Caro Maurizio a proposito delle statue lungo il muretto ti dissi che avevo una mia opinione ho scritto un pezzo che però non ha avuto l’onore della pubblicazione, pertanto lo inserisco qui a commento del tuo articolo. Se avrai la bontà di leggerlo, mi piacerebbe sapere che ne pensi, specialmente della proposta finale.

    Certo è che l’accordo di Malta sui migranti dello scorso 23 settembre ha un po’ diluito il messaggio che il Cortile di Francesco ha mandato al mondo. La “porta stretta” da cui era difficile accedere si è improvvisamente aperta e i cattivi “risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.” L’istallazione di Mimmo Paladino intitolata “I Venti Testimoni”, qui esposta per l’occasione, è collocata lungo il muretto del sagrato della Basilica Superiore di San Francesco, e corona ed impreziosisce questo luogo già di per se unico. L’opera è uno dei più bei esempi di arte moltiplicata di cui Fausto Melotti fu antesignano e a cui il Nostro, credo, si sia ispirato o quantomeno ne sia stato influenzato. Melotti per i suoi “Sette Savi” si rifece ad un racconto di cui ne danno notizia sia Erodoto che Platone, i savi erano pensatori ed autorità pubbliche della Grecia antica di cui poco si conosce tranne l’elenco dei loro nomi (Angela Vattese). Paladino invece ha dichiarato che i suoi Testimoni altro non sono che pensatori, filosofi forse sciamani non specificandone l’arco temporale. L’opera risalente al primo decennio del 2000 è stata esposta in numerose città quali Firenze, Bari, Trieste, Ravello, ecc. sempre nella sua testualità puramente fisica e rifiutando il pregiudizio che l’arte si debba spiegare o interpretare. La Transavanguardia, il movimento artistico teorizzato dal critico Achille Bonito Oliva, e di cui Paladino è uno dei più qualificati esponenti, teorizza l’eclettismo stilistico, il nomadismo culturale, il recupero della memoria e l’introduzione della citazione tutti come poli di un unico filo narrativo. Dico questo perché, per quanto si è detto, credo che il messaggio che il Nostro abbia voluto mandare al “Cortile” sia stato frainteso, a scapito di quella interpretazione di cui sopra. Sono entrati in campo concetti e metodi che mirano soltanto alla legittimazione in loco dell’opera. Si è cercato di individuare nelle statue un’umanità sofferente, emarginazione, dolore ma da quanto sopra esposto è evidente che così non è. E’ recentissima la frase di Paladino che qui riporto di seguito “Gli artisti si devono divertire”, lo dice e sorride Mimmo, alle prese con gli ultimi ritocchi a ‘Storyboard’, la mostra con cui da domani festeggia i suoi 70 anni. Come Minerva, l’arte nasce dal cervello, pertanto bisogna con onestà riconoscere la linearità della ragione progettuale. Il riconoscimento e l’assunzione di tale principio presuppone la piena maturità di una corretta coscienza storica. Il critico ha una grossa responsabilità specie verso il “pubblico indiretto” non specializzato, intergenerazionale, interculturale disorientato difronte a temi così specifici che eccedono il significato stesso dell’opera. Concludo con una petizione ai nostri politici; perché non cogliere l’opportunità della presenza di questo maestro assoluto dell’arte contemporanea e chiedere che il magnifico bronzo raffigurante San Francesco e gli uccelli posto attualmente a fianco l’ingresso alla Basilica Superiore possa rimanere per sempre nella nostra città? Magari a scapito della “disumana” statua del “pellegrino” posta in cima la prato.

  11. Caro Mario, credo che la sortita espositiva sul muretto della Piazza Superiore di San Francesco riveli fino in fondo il bisogno di arte, specie contemporanea, che c’è in città e che non si riesce a colmare con nessun progetto all’altezza di Assisi.
    I Frati suppliscono, qua là, alle carenze culturali della città – vedi, appunto, il “Cortile” -, ma finiscono con il lasciarci con l’amaro in bocca e con la delusione per operazioni estetiche come quella di Paladino della quale parliamo.
    Anche per me, il messaggio dell’accoglienza sovrapposto, per volere del “Cortile”, alle statue di Paladino è una specie di corto circuito sul piano dei simboli che veicolano le figure: c’è, nelle opere installate a San Francesco, un surplus di emozioni e di contenuti spirituali che la particolare lettura data ad Assisi riduce e contiene, limita e frena.
    Si può dire che è un’occasione sprecata, l’ennesima carta d’arte che Assisi non riesce a giocare perché qui ad Assisi pare che ci sia un obbligo confessionale perenne, anche quando i temi e i contenuti di una mostra, di un dibattito, di un convegno, di una festa, potrebbero essere altrimenti goduti sul piano di una pura dimensione estetica.
    Resta, è vero, quella “Predica agli uccelli” che, come segno e come figura, ben collocata sul Prato, potrebbe riaprire un dialogo tra la Città, il suo figlio Francesco, e lo scrigno d’arte della Basilica superiore: un segno semplice e carico di poesia, una figura libera e quasi in atto di librarsi essa stessa con i suoi uccellini sulle braccia.
    Chiuso, però, questo capitolo, penso che le ipotesi di lavoro sull’arte, specie quella novecentesca e contemporanea, debbano riguardare altri poli espositivi dei quali la Città è ricca, dal Frumentario al Paraboloide. E’ in questi spazi, unici e vitali, che la partita delle grandi esposizioni che portano reddito va riaperta in maniera del tutto laica e a riaprirla deve essere il Comune, libero finalmente dalle capacità operative e comunicazionali del Sacro Convento. In una dimensione laica e puramente estetica, le statue di Paladino avrebbero espanso il loro valore e il loro gradimento oltre il pubblico legato, dai Frati, al messaggio dell’accoglienza.
    Secondo me, questa è la lezione da apprendere, questo è l’impegno culturale per cui vale la pena di lavorare,

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