Stefania Proietti intervistata da Huffpost con altri due sindaci, Sala e Mansi

 
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Stefania Proietti intervistata da Huffpost con altri due sindaci, Sala e Mansi

Stefania Proietti intervistata da Huffpost con altri due sindaci, Sala e Mansi

(A cura di Roberto Pacilio, responsabile media relations del Sacro Convento di Assisi e del sito sanfrancesco.org)

Come sta vivendo questo momento particolare per lei, la sua famiglia e i suoi concittadini?

Stiamo vivendo senza confini né di spazio né di tempo ed entreremo nella crisi economica più pesante dagli anni ’30 del secolo scorso. Causata da un nemico vigliacco che, a livello sanitario prima e a livello economico poi, colpisce soprattutto i più deboli. Ogni pensiero e azione, di giorno e di notte, sono rivolti ai nostri concittadini: perché, come molti Sindaci, non dormiamo più neanche la notte cercando di immaginare un futuro per le nostre comunità. Il pensiero va alla tenuta del tessuto socio-economico di una Città, come la nostra, la cui economia e il cui mondo del lavoro avevano il fulcro nell’accoglienza.

Qual è stata l’emergenza più grande affrontata in città?

Sicuramente l’emergenza sanitaria nel primo momento: quando mancavano presidi sanitari, mascherine, disinfettanti a tutti, ma in primis agli operatori sanitari, e nelle strutture protette come la casa che ospita i nostri anziani. Quando mancavano direttive chiare e non sapevamo cosa fare: ricordo ancora che fummo la prima città umbra con il primo caso sospetto positivo (che dopo il tampone non si rivelò tale), all’indomani della scoperta del paziente 1 di Codogno, ed Assisi era stracolma di pellegrini e turisti. Quando ci hanno comunicato che tutti i tamponi sia agli ospiti che agli operatori della casa degli anziani erano negativi abbiamo gioito come non facevamo da tempo. Abbiamo da subito anche affrontato l’emergenza della popolazione anziana, quella con il più alto rischio di contagio, istituendo da fine febbraio un servizio di prossimità (Assisi è vicina ai suoi nonni) con cui abbiamo servito a domicilio le persone più deboli. Per ora stiamo sostenendo i nuclei familiari che ne fanno richiesta con buoni spesa. Stiamo anche consegnando tanti pacchi alimentari grazie alla generosità dei benefattori.

Qual è la prima cosa che bisognerebbe fare per ripartire nell’immediato e per stare accanto a chi soffre e non arriva a fine mese?

Dobbiamo ripartire dalla centralità della persona: sarà questo il motore di tutto. Le persone. Prima di tutto i più fragili, gli anziani ma anche i bambini, coloro che si confrontano con la disabilità ma anche con la nuova povertà dovuta alla mancanza o all’incertezza del lavoro. Dobbiamo ripartire dalla cura della persona, della sua salute, ma anche del suo benessere psicologico. Dobbiamo guardare la realtà con occhi sinceri: una nuova povertà dilagherà aggredendo fasce di popolazione che con essa non si erano finora confrontate e che dovremmo individuare perché ci sarà riluttanza nel manifestare esigenze primarie come il bisogno di beni di prima necessità. Per ripartire nell’immediato dobbiamo fare, come comunità, un enorme e diffuso patto di solidarietà: chi ha un lavoro sicuro, per esempio pubblico, deve tendere la mano e mettersi al servizio di chi lo avrà perso. Dovremo far ripartire la società dalla sua cellula fondamentale: la famiglia.

Chi sono a suo avviso le categorie che pagheranno il prezzo più alto di questa pandemia?

Le persone che vivranno un periodo indefinito di incertezza economica e lavorativa: non solo i lavoratori ma anche gli imprenditori di filiere (come quella dell’accoglienza, del commercio, del turismo) che vedranno la domanda contratta e, in un primo tempo, addirittura azzerata. Gli anziani, in particolare quelli soli, che vivranno grandi incertezze e paure per la loro salute. Persone e famiglie che vivono già un disagio di salute, fisica o psicologica, uno stato di debolezza e fragilità, anche temporanea. Moltissime famiglie rischieranno di andare in povertà, e i poveri che già sono tali diventeranno ancora più poveri in uno stato di necessità ancora più dilagante. Ne vediamo già i segni oggi. La crisi del dopo-COVID trascinerà proprio le categorie più deboli. Stiamo creando una rete capillare di protezione della popolazione più fragile, anziani soli e famiglie o persone con fragilità in primis, poi comunità e istituti, case famiglie e di accoglienza. Sarà l’inizio di una nuova economia, che mette al centro le persone e l’ambiente. Sarà l’inizio di un nuovo mondo e di un nuovo modo di vivere, pensare, produrre, lavorare, essere una unica famiglia umana.

BEPPE SALA, SINDACO DI MILANO 

Come sta vivendo questo momento particolare per lei, la sua famiglia e i suoi concittadini? 
Come tutti, sono preoccupato per la situazione ma non perdo la speranza. Da sindaco di Milano sento forte la responsabilità di essere vicino ai miei concittadini attraverso iniziative concrete, che si tratti di reperire mascherine, attivare reti per la consegna della spesa a domicilio per le persone anziane o a rischio o raccogliere fondi per aiutare chi ha perso il lavoro a causa della pandemia Covid 19. E il mio pensiero costante, ovviamente, è rivolto anche ai miei affetti, a mia madre e alla mia compagna Chiara, che sta vivendo con me questa emergenza.

Qual’è stato il momento di maggiore sconforto? Ha mai pianto? 
Purtroppo di momenti di sconforto ce ne sono stati molti. Ogni giorno sentiamo di nuove morti causate dal virus, di persone che non posso stare accanto ai propri cari e salutarli anche quando nulla è più possibile. È tutto veramente molto doloroso. Il pensiero dei tantissimi anziani, la nostra popolazione più fragile, morti negli ospedali e nelle Residenze sanitarie assistenziali è una ferita profondissima nel cuore di ognuno di noi.

C’è una storia, un’immagine che più di tutte l’ha segnata, colpita nel profondo? 
Non potrò mai dimenticare la lunga fila dei mezzi dell’esercito che portano via le salme dalla città di Bergamo, colpita duramente dal contagio. Ma l’immagine che ho più viva dentro di me è quella dei medici e degli infermieri, esausti ma determinati, che affrontano fatica e rischiano in prima persona per curare gli ammalati, assisterli, confortarli.

Qual è stata l’emergenza più grande affrontata? 
Insieme a quella sanitaria vissuta negli ospedali, l’emergenza più grande è stata aiutare i milanesi nelle necessità quotidiane generate dallo scoppio dell’epidemia. Grazie agli agenti della Polizia locale e a numerosi volontari ci siamo organizzati per consegnare a domicilio alimentari, farmaci e dispostivi sanitari, ma anche pc e tablet, per permettere a bambini e ragazzi di non perdere le lezioni online. Lo abbiamo fatto grazie all’aiuto di tutta la città e alla generosità di tanti milanesi. Lo scorso 17 marzo, per far fronte alle diverse necessità anche del dopo emergenza, abbiamo istituito un Fondo di Mutuo Soccorso che sta raccogliendo tantissime adesioni.

Questa pandemia crede possa aver cambiato l’affetto dei suoi concittadini per Milano? Come pensa di far sì che i milanesi possano tornare a innamorarsi della città? 
Non lo credo e ogni giorno ho davvero dimostrazione del contrario. La pandemia ha spinto i milanesi a essere ancora più solidali tra di loro e ad amare ancora di più la loro città. Da quando è iniziata la quarantena hanno accettato con senso di responsabilità le restrizioni. Le strade e le piazze sono deserte, le code per fare la spesa ordinate e pazienti, le strumentazioni tecnologiche usate al meglio. I mezzi continuano a circolare e le persone a lavorare, in modo tradizionale (dove indispensabile) o a casa in smartworking. Come detto da Papa Francesco nella preghiera del 27 marzo in piazza San Pietro, “ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti”. Credo che a Milano si viva proprio con questo sentimento.

All’inizio della pandemia ci sono state diversi atteggiamenti razzisti nei confronti di cittadini provenienti da Milano e dalla Lombardia. Cosa ha provato? 
La paura per questo virus ha spinto alcune persone ad avere parole ostili e irragionevoli nei confronti della nostra città e della nostra regione, con reazioni inspiegabili e avventate, come l’esodo compiuto da molti alla notizia dell’inizio della quarantena. A un certo momento sembrava che solo dalla Lombardia e da Milano fossero partiti i contagi. Suppongo che una cosa del genere sia abbastanza diffusa quando scoppia un’epidemia. La gente spaventata respinge chi pensa possa portare tra loro la malattia. È umano che accada, ma lo ritengo un comportamento sbagliato e da non condividere.

Qual è la prima cosa che bisognerebbe fare per ripartire nell’immediato e per stare accanto a chi soffre e non arriva a fine mese? 
Ora stiamo vivendo l’emergenza coronavirus facendovi fronte come detto. Ma certamente dobbiamo occuparci anche e soprattutto del domani. Molte persone hanno fermato le proprie attività, molte altre hanno perso il lavoro e molte famiglie si sono ritrovare senza fonte di reddito. Dobbiamo pianificare interventi a sostegno di queste persone e delle attività produttive della città. Milano ha la forza di reagire per tornare col tempo a riconquistare il suo posto in Italia e nel mondo, trainando dietro a sé l’intero Paese.

Chi sono a suo avviso le categorie che pagheranno il prezzo più alto di questa pandemia?
Il prezzo più alto lo stanno pagando purtroppo i poveri e quelle fasce della popolazione a basso reddito che si sono avvicinate o sono scivolate sotto la soglia di povertà. Lo Stato ha messo in campo bonus e cassa integrazione ma non bastano. Per questo, oltre al nostro Fondo Mutuo Soccorso abbiamo deciso di sostenere il Fondo San Giuseppe istituito dalla Diocesi di Milano per offrire un primo soccorso a coloro che a causa dell’epidemia non hanno alcuna forma di sostentamento. È dedicato ai disoccupati, ai dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto, ai lavoratori precari, ai lavoratori autonomi, alle collaboratrici familiari e altre categorie di lavoratori fragili che hanno perso il lavoro a causa del Covid 19.

Qual è la prima cosa che farà non appena tutto sarà finito?
Ringrazierò Dio e tirerò un sospiro di sollievo.


LUIGI MANSI, SINDACO DI SCALA

Come sta vivendo questo momento particolare per lei, la sua famiglia e i suoi concittadini?

Gestire una crisi senza precedenti mi sta togliendo il sonno, sento il peso e la responsabilità di rimanere guida ferma e sicura. Sono in continuo contatto con i miei concittadini, sto prendendo “per mano” ognuno di loro, e spesso solo per scambiarci qualche parola di conforto. Il mio ruolo è questo, specie in un piccolo comune di 1500 abitanti che non sono altro che una grande famiglia. Sono vicino ad ognuno di loro, perchè di ognuno ormai conosco i bisogni e le paure. Il mio ruolo, mi impone non il solo aiuto materiale, laddove è necessario, ma di dare un vero è proprio sostegno morale, perché l’emergenza ha creato in poco tempo una situazione di precarietà economica e sociale che si allarga a macchia d’olio. Anche io sono padre, ho due figli, fino a due mesi fa, rientrare a casa dalla mia famiglia, dopo una giornata spesa al servizio del mio Paese, era per me un momento di pace, oggi anche questo è cambiato. A casa i bambini chiedono, percepiscono la tensione determinata dall’attuale situazione.

Qual è stata l’emergenza più grande affrontata in paese?

Ho una squadra molto unita al mio fianco, giovani amministratori che credono nel valore del proprio territorio ed insieme stiamo affrontando anche questa inaspettata e drammatica sfida che quotidianamente ci mette alla prova.

Il nostro impegno è principalmente indirizzato a gestire l’emergenza, senza che la nostra popolazione vada in difficoltà, ci siamo imposti di infondere speranza e di dare aiuto, sotto tutti i punti di vista. Siamo al fianco di tutti e non lasciamo nessuno indietro. Abbiamo attivato fin da subito un fondo di solidarietà che ci ha dato la possibilità di rispondere alle esigenze della fascia di popolazione più debole. Inoltre, grazie ai fondi anticipati dal Governo, stiamo distribuendo buoni spesa, e grazie ad una rete di amici, abbiamo creato una sorta di aiuto alimentare di prima necessità.

Qual è la prima cosa che bisognerebbe fare per ripartire nell’immediato e per stare accanto a chi soffre e non arriva a fine mese?

Il profilo lavorativo del nostro territorio è di tipo stagionale, e comprenderà quanto sia stato difficile non riprendere a lavorare dopo il periodo di stop invernale e ritrovarsi senza reddito. Abbiamo inviato varie proposte al Governo, delle vere e proprie richiesta di tutela di questo tipo di lavoratori che sono il motore dell’ospitalità e dell’accoglienza della Costa d’Amalfi. Per il comparto turistico è importante ad oggi lavorare sul marketing e la comunicazione. La nostra terra è da sempre fonte di attrazione in Italia e all’estero. Saper essere competitivi ora ci permetterà di ritornare quanto prima alle normalità finita l’emergenza, ma tutto questo non sarà possibile se non verranno adottate misure di aiuto e sostegno alle imprese turistiche e di conseguenza ai lavoratori.

Chi sono a suo avviso le categorie che pagheranno il prezzo più alto di questa pandemia?

Le categorie dei lavoratori del comparto turistico, sono già quelli che stanno pagando il prezzo più alto e se non verranno prese serie misure, tutta la struttura ad essi collegata andrà distrutta, se non addirittura persa. Stiamo lavorando per far tornare alla normalità comparti come lavoratori edili, artigiani e agricoltori che a breve potranno riprendere il loro lavoro in sicurezza. È il comparto dei lavoratori stagionali che rappresenta la maggioranza, a preoccuparmi e da me troveranno sempre il sostegno e l’aiuto e materiale per far fronte alle situazioni economiche precarie. Ma è chiaro che non si potrà andare avanti così per lungo tempo.

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