Piampiano, genitori chiedono chiarezza sulla morte di Davide, la lettera

Piampiano, genitori chiedono chiarezza sulla morte di Davide, la lettera

Tre anni e mezzo dopo la morte, ancora senza motivazioni

Non è affatto semplice tornare a parlare dell’omicidio di Davide Piampiano e riaprire ogni volta una ferita che in realtà è sempre rimasta aperta. Le circostanze, però, lo impongono.

Nel corso delle indagini sono emersi questi fatti:

  1. Nel momento in cui Piero Fabbri fa partire il colpo che uccide Davide vi era luminosità tra i 750 e gli 800 lumex, oltre il triplo delle luminosità sufficiente a riconoscere una persona ad una distanza di 25 mt (distanza da cui è partito il colpo mortale);

  2. Piero Fabbri spara contro un bersaglio fermo. Davide è immobile da almeno 4 secondi e Piero Fabbri non spara d’impulso ma prende la mira come emerge dall’analisi spettrometrica dell’audio del video;

  3. Piero Fabbri sapeva che Davide si trovava in quella zona. Circa un quarto d’ora prima tra i due era intercorsa una telefonata nel corso della quale Davide comunicava che si trovava all’interno del Carabone;

  4. Piero Fabbri è un cacciatore esperto, uno tra i maggiori esperti della zona se non il più esperto.

Sostine di aver scambiato Davide per un cinghiale (si ripete la luminosità era tre volte superiore a quella sufficiente a riconoscere un individuo). Il perito incaricato dal P.M. a pag 79 della sua relazione scrive: “un soggetto della corporatura e della statura del Piampiano (190 cm con gli scarponi) anche se collocato verso l’imbrunire in un ambiente boschivo difficilmente può passare inosservato se attentamente studiato

Davide è stato colpito ad una distanza da terra di 131,5 cm. Lo stesso Consulente di P.M. a pag 89 scrive.” Se il bersaglio è stato erroneamente ritenuto un cinghiale è possibile affermare che il colpo è stato esploso con scarsa precisione in quanto un verro di taglia media misura al garrese (schiena) circa 60/70 cm. Questa altezza deve essere ridotta di circa 20 cm in quanto il tiro “mirato” non ha ad oggetto il bordo schiena bensì il centro della sagoma onde evitare che il proiettile sfiori o sorvoli il selvatico. Di conseguenza il colpo avrebbe oltrepassato il cinghiale di circa 70 cm, un errore di mira piuttosto rilevante stante la precisione del fucilee la breve distanza da cui è stato esploso… Va ricordato che l’indagato risulta essere un cacciatore di lungo corso e, pertanto, di notevole esperienza”.

  1. Piero Fabbri abita a poca distanza e conosce benissimo quei luoghi. Resta difficile pensare che la prima cosa che abbia pensato che proprio lì, dove stava Davide immobile, ci fosse un cinghiale. Dalla perizia zoologica fatta eseguire dalla famiglia è emerso che quel punto non è transitato abitualmente da cinghiali. Dall’analisi delle fototrappole posizionate per oltre due mesi è emerso che mai i cinghiali sono transitati ove si trovava Davide nella direzione a scendere (quella di Davide) e una sola volta nella direzione a salire.

Alla luce di tutto questo è stato difficile accettare una condanna per Piero Fabbri per omicidio colposo seppur aggravato. Ma si sa, le sentenze vanno accettate così come sono, salvo gli strumenti che la procedura mette a disposizione.

La stessa sentenza, però, con la quale Piero Fabbri è stato condannato per omicidio colposo disponeva che si procedesse nei suoi confronti per omissione di soccorso.

Piero Fabbri, infatti, dopo aver colpito mortalmente Davide, non si preoccupava di chiamare i soccorsi, ma si preoccupava di nascondere il suo fucile e di parlare al telefono con la moglie e gli amici, per iniziare a raccontare quella serie di bugie che ha raccontato fino al momento dell’arresto, tentando sin da subito di accreditare la sua versione. Il tutto mentre Davide, agonizzante di fronte a lui, sentiva ciò di cui Fabbri lo accusava, di essersi sparato da solo, morendo, così, nella menzogna. Ai genitori di Davide Fabbri è arrivato addirittura a dire “fortuna che sono arrivato io altrimenti sarebbe morto da solo in mezzo al bosco”.

Nonostante la sentenza prevedesse l’apertura di un nuovo procedimento nei confronti di Piero Fabbri per omissione di soccorso, ad oggi di tale procedimento non si ha notizia a distanza di 5 mesi dalla sentenza e di quasi tre anni e mezzo dall’accaduto, né risultano ad oggi depositate le motivazioni della sentenza che dovevano, invece, essere depositate entro 90 giorni.

Per coloro per i quali è stato già difficile accettare quella sentenza, tali ulteriori “ritardi” appaiono veramente una gravissima offesa.

I GENITORI

Antonello e Catia

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