L’assassinio di Aldo Moro e l’insegnamento politico, Compromesso Storico

era una giornata che iniziava come tutte le altre ma poi diventata una tra le più terribili e angosciose nella storia della Repubblica Italiana

 
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L'assassinio di Aldo Moro e l'insegnamento politico, Compromesso Storico

da Alessandro Cianetti
Quel 16 marzo 1978: il rapimento Moro e la strage di via Fani. Giovedì alle ore 9 del 16 marzo 1978 era una giornata che iniziava come tutte le altre ma poi diventata una tra le più terribili e angosciose nella storia della Repubblica Italiana. A Roma il Presidente della Democrazia Cristiana l’onorevole Aldo Moro mentre dalla propria abitazione si sta recando alla Camera dei Deputati dov’ era in procinto la votazione di la fiducia al Governo Andreotti di cui avrebbero fatto parte anche i Comunisti, fu rapito in Via Mario Fani dalle Brigate Rosse; la scorta costituita da due Sottufficiali dei Carabinieri (il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci) e tre Agenti di Pubblica Sicurezza (Giulio Rivera, Raffaele Iozzino, Franco Zizzi) fu completamente annientata e uccisa dalla organizzazione extraparlamentare dei Comunisti Combattenti che si prefiggeva di dare inizio all’attacco al cuore dello Stato.

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Seguirono 55 giorni di trattative, appelli, irrigidimenti, tentativi di dialogo, ma alla fine lo Stato scelse la linea della cosiddetta “fermezza” e il nove maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia, il corpo dello Statista Democristiano viene rinvenuto, senza vita, all’interno del bagagliaio di una Renault 4 di color rosso in via Cajetani.

L’evento e i 55 giorni di prigionia del grande statista sono ancor 55 giorni più misteriosi della storia della Repubblica Italiana, su cui, dopo oltre un quarantennio, continuano ad essere intrisi di molte ombre.

Ho avuto la fortunata occasione di conoscere personalmente Aldo Moro. Fu quando per iniziativa del tanto compianto Professor Sergio Angelini, l’Onorevole Giuseppe Ermini, rettore magnifico dell’Università di Perugia, un gruppetto di giovani democristiani si recò, nel 1969, in casa di Aldo Moro per aderire alla sua corrente che aveva fondato dopo essere uscito della corrente dorotea, allora maggioranza assoluta nel partito della Democrazia cristiana.

Ho avuto il piacere di averlo incontrato in altre occasioni. L’ultima volta fu prima del Congresso nazionale della DC. Moro indisse una riunione, cui partecipai, per mettere a punto la strategia e la relazione della corrente. A quella riunione erano presenti, Sergio Mattarella, Maria Eletta Martini, Tommaso Morlino, Leopoldo Elia, Bernardo Mattarella.

Ci esternò le sue preoccupazioni per le faziosità esasperate all’interno dei partiti e in particolare della voglia di scontra frontale tra Partito comunista e Democrazia Cristiana. Il che ci spiegò Moro avrebbe prodotto il collasso del sistema democratico. Moro sosteneva con forza che fosse necessario l’incontro tra le due dimensioni politiche, DC e PCI, senza il quale si sarebbe e prodotta nel Paese una grave lacerazione.

Moro sosteneva, di intraprendere la via del dialogo e nella flessibilità tra due forze che avevano scritto insieme la costituzione ma che si ritenevano acerrime avversarie. Per Moro non era il potere, che avrebbe salvato la democrazia e sapendo che la politica è dialogo, andò alla ricerca di un punto in comune opponendosi allo sbandierare da parte de partiti dei propri vessilli..

Riflettendo sulla linea politica morotea (anche Amici di Moro), sarebbe opportuno che si provi. Mi rendo conto della grande difficoltà di far combaciare l’immagine del rosario di Salvini e l’apertura di Scalfari ai Cinque Stelle, ma una classe dirigente non deve stare a ripetere gli umori più profondi del proprio elettorato, come fanno i tifosi nelle curve degli stadi di calcio, ma che si faccia anche carico del destino comune di tutti, mettendo da parte le ragioni di schieramento e cercando un filo comune di tutti, pur restando intransigenti sui propri principi ideologici.

Se così non avvenisse resterà irrisolto il problema di maturità della nostra democrazia che rimarrà per lungo tempo ancora molto fragile e instabile. Se la politica non si pone in ascolto del “moto indipendente della società” e non riuscisse ad ascoltare questo moto e a non dargli un’interpretazione, finirà per perdere ancora una volta il treno sulla strada di un migliore futuro per l’Italia e per noi cittadini.

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